Un po’ di tempo fa, alcuni di noi hanno avuto una discussione sul tema della cura e dell’empatia. Credo che sia fondamentale affrontare cosa intendiamo per cura e come possiamo metterla in pratica tra di noi.
Io ho messo insieme questo documento, di cui vi faccio un breve indice:
- Per un potenziale modello di cura
Una riflessione personale dove vi propongo dei principi base che mi sembrano importanti e riporterò per intero alla fine del post.
- Un riassunto parziale di ciò che ci siamo dettə
Per chi ha partecipato alla conversazione: sono sicurə che il mio punto di vista sia falsato, e spero che questo post sia un’occasione per rivisitare eventuali punti che potrei aver trascurato e discuterne di nuovi
- Fonti e suggestioni
Qui ho raccolto una serie di citazioni sul tema che hanno influenzato molto il mio modo di pensare. Le citazioni sono raccolte in inglese (la lingua originale) e tradotte paragrafo per paragrafo in italiano. Le ho raccolte per autore e poi per argomento. Questo è il mini indice:
- Johanna Hedva: sul capitalismo ed il modo in cui siamo abituati a percepire la cura, sul significato di (inter)dipendenza, sul valore della fiducia, sulla la rabbia, il dolore, il conflitto e la violenza, su empatia e curiosità
- Robin Wall Kimmerer: sull’interdipendenza
- The Care Collective: sulla relazione tra interdipendenza e scelta
- Audre Lorde: sulla rabbia e sul conflitto
- Susan Sontag: sui limiti dell’empatia
Questo è il link del documento dove trovate tutto.. Il file è commentabile.
Qui di seguito vi riporto quello che ho scritto. Fatemi sapere cosa ne pensate.
–
PER UN POTENZIALE MODELLO DI CURA
“Gli esseri umani sono tristi per natura. / È quanto mi aspetto, e non è poi così dura.”
Il dolore e la malattia accompagnano l’esistenza di ogni essere umano. Il corpo - ogni corpo - ha bisogno di supporto per sopravvivere. Abbiamo fame e dobbiamo mangiare, ci facciamo male e ricuciamo le ferite, ci svegliamo stanchi e dopo ogni giornata torniamo a dormire. Ci hanno insegnato ad essere persone che non soffrono e dunque non hanno mai bisogno di cura, ma il tentativo è futile: sarebbe come aspettarsi che un sasso impari a volare.
Non c’è niente di eterno nell’universo per come lo conosciamo, e noi ne siamo l’esempio più lampante. Le necessità evolutive di un neonato sono di gran lunga superiori a quelle di un germoglio di soia o di un cucciolo di lupo, e la cultura esiste come prova, causa e conseguenza di questo distacco. Ci vogliono decenni per imparare a muoversi, comunicare, decifrare il proprio contesto e plasmarlo quando serve. Siamo figli di millenni di storia, eredi di scelte ingiuste e scoperte rivoluzionarie, attori amatoriali in un’opera che va avanti da sempre.
Possiamo accompagnare la nostra esistenza nel modo meno doloroso possibile, e forse un giorno lo faremo davvero e per tuttə. Anche nella migliore delle ipotesi, però, il mondo di cui ci parla il capitalismo è una contraddizione in termini. Non smetteremo mai di aver bisogno di cura, e fingiamo il contrario solo a discapito della nostra salute e di quella del pianeta che ci ospita.
La nostra rivoluzione ha bisogno di mettere al centro la cura perché nessuna altra rivoluzione avrà successo. Dobbiamo mettere in conto che siamo fallibili, dobbiamo essere dispostə a spendere tempo, energie e denaro in un’infrastruttura di supporto reciproca, e non dobbiamo stupirci quando l’impresa si rivelerà ardua.
La cura di cui parlo è un verbo, un’abitudine, un macchinario complesso e un’opera collettiva. La cura mette in discussione il nostro rapporto con il tempo, ci ricorda che il futuro è urgente ma che non ha senso sprecare tutte le nostre energie prima ancora del fischio di partenza.
Noi militantə siamo in una posizione spinosa - trascurare il proprio benessere mette a repentaglio qualunque progetto politico, eppure prendersi cura di sè quando stai cercando di cambiare il mondo è piuttosto difficile, se non addirittura impossibile.
Come affrontare questa contraddizione? La domanda non è banale, anzi. La creatività politica di un movimento si misura proprio nella sua capacità di formulare una buona risposta.
La cura si può declinare su scale differenti e ha innumerevoli risvolti pratici. Oggi, qui, ci interessa capire come prenderci cura l’unə dell’altrə e come affrontare in modo costruttivo i conflitti.
Vi propongo una lista di principi su cui si potrebbe fondare la cura tra compagnə:
- CURIOSITÁ
Quando una persona piange, non tuttə proviamo una risposta emotiva istintiva, che ci porta già da subito a star male per lei. C’è anche chi non solo non empatizza emotivamente, ma nemmeno riesce a spiegarsi la ragione di quel pianto. Per quanto mi riguarda, non c’è niente di male in questo. Credo che dovremmo sostituire l’empatia con la curiosità di conoscere, la voglia di capire cosa sta succedendo per rispondere in modo efficace alle necessità di tuttə. Questo tipo di curiosità non insiste, ma accetta con serenità un’ignoranza di base che può essere colmata con il corso del tempo.
- FIDUCIA
La distanza che ci divide è vasta e ricca di sfaccettature. Siamo persone diverse con esperienze di vita talvolta molto lontane, e nella stragrande maggioranza dei casi ci conosciamo solo in modo parziale e approssimato. Proprio a ragione di questa distanza, penso sia importante fidarci l’un dell’altro. Siamo tuttə qui in buona fede perché vogliamo creare una società migliore. La fiducia reciproca ci permette di ascoltarci senza perderci in conclusioni affrettate.
- PAZIENZA
Ci vuole tempo per capire di cosa si ha bisogno. Talvolta, le necessità specifiche di qualcuno potrebbero risultare strane, contro-intuitive o poco razionali. Diamoci il tempo di aspettare, di rimandare quando non abbiamo più energie e riprendere con calma dal punto in cui ci siamo lasciatə. Senza pazienza, la curiosità diventa morbosa e la fiducia a breve termine.
- ATTENZIONE
Non siamo statə abituatə a tener conto delle nostre necessità, figuriamoci di quelle altrui. È importante allenarci a ricordare ciò di cui abbiamo bisogno e trasformare la cura in un’abitudine. Potrebbero capitare che le necessità personali di unə di noi diventino incompatibili con la nostra attività politica. Questo non è un male, ma un semplice fatto con cui dobbiamo fare i conti. Prestare attenzione ci aiuta ad affrontare situazioni del genere sul nascere, quando c’è tempo di comprenderle.
- CREATIVITÀ
Prima di essere un concetto filosofico, astratto o etico, la cura è un principio pratico. La solidarietà emotiva che sentiamo dentro è certo ben accetta e ricca di potenzialità, ma non è strettamente necessaria né sufficiente per affrontare la cura in modo lucido e funzionale. Dovremmo allenarci prima di tutto ad agire strategicamente e in modo creativo, con l’obiettivo di costruire, condividere o inventare gli strumenti di cui abbiamo bisogno per star bene.
- AUTOCONSAPEVOLEZZA
Se siamo d’accordo che l’essere umano è imperfetto ed ha eternamente bisogno di cure, dobbiamo essere capaci di estendere questo principio anche a noi stessə. Non possiamo pretendere di non sbagliare mai, di non provare in nessun caso rabbia o senso di colpa, o di controllare la nostra emotività quando un argomento ci tocca da vicino. In questo senso, il compito di ognuno di noi è quello di accettare ed ammettere i propri limiti, così da affrontare senza vergogna le circostanze in cui sarà difficile tenerli a bada. Nessuna reazione emotiva è di per sé “sbagliata”. Se reagiamo con rabbia o aggressività, però, sta a noi rendercene conto ed esplicitarlo, chiedere scusa quando ce n’è bisogno e lavorare per risolvere il conflitto costruttivamente.
- RADICAL ACCEPTANCE
“Radical acceptance” è un termine abbastanza diffuso nel mondo della psicologia e fa riferimento alla capacità di accettare la realtà e vederla così com’è, senza giudizio e senza fretta. Può sembrare un controsenso citarla in un contesto del genere, ma credo che abbia un posto importante nel percorso verso il cambiamento. Prima di poter mettere mano al mondo, dobbiamo comprenderlo. Prima di poterci supportare vicendevolmente, dobbiamo sapere chi siamo, cosa siamo in grado di fare e dove stiamo andando. È impossibile prendersi cura di una malattia sconosciuta.





