Disclaimer: Questi sono appunti estratti con NotebookLM in cui ho chiesto all’AI di rispondere a domande chiave mentre guardavo il video. Sono appunti probabilmente ripetitivi. Li ho lasciati così perché mi permette di capire quanto uno stesso tema è la risposta a più domande.
Il Prof. Luigi Corvo propone una visione radicale e trasformativa dell‘economia sociale, presentandola come l‘unico vero antidoto esistenziale alle logiche estrattive del capitalismo moderno. Attraverso un‘analisi storica e filosofica, l‘autore invita le cooperative a superare la semplice retorica delle origini per diventare attori economici competitivi capaci di generare profitti da redistribuire alle moltitudini. L’intervento sottolinea come la cooperazione debba rivendicare la propria capacità di ridurre le disuguaglianze e la scarsità, anticipando modelli di sostenibilità che il mercato ha spesso banalizzato. Corvo esorta il movimento a investire nell‘innovazione tecnologica e nei processi digitali per creare “unicorni“ della cooperazione in grado di sfidare i grandi monopoli globali. Infine, emerge la necessità di una soggettività politica forte che formi le nuove generazioni a vedere nel modello cooperativo una scelta di vita e un pilastro per la pace internazionale.
Che cosa si intende per economia sociale e cooperazione?
L‘economia sociale e la cooperazione non rappresentano solo un settore marginale, ma un‘economia con un proposito radicalmente trasformativo rispetto al modello mainstream, capace di riattivare senso e prospettiva nel mondo attuale.
Queste realtà possono essere comprese attraverso diversi pilastri fondamentali:
Una diversa filosofia dell‘essere umano
A differenza del capitalismo, che si fonda su una teoria dell‘uomo mosso principalmente da pulsioni di utilità individuale e accumulazione, l‘economia sociale propone una teoria dell‘esistenza alternativa. Essa riconosce la finitezza del tempo umano e vede nello “stare insieme“ e nel “fare insieme“ (cooperare) il principale antidoto all‘angoscia della precarietà (la consapevolezza della morte), dando senso alle esistenze attraverso l‘azione collettiva.
Una teoria olistica del valore
L‘economia sociale ha anticipato di secoli i moderni concetti di sostenibilità (come i criteri ESG), proponendo una teoria del valore olistica e sistemica. In questa visione:
- Il valore non è solo finanziario o economico, ma sociale e ambientale.
- Il valore sociale vale “almeno tanto quanto“ quello economico.
- Si rifiuta l‘idea di “esternalità“: i costi sociali e ambientali devono essere internalizzati nel calcolo del valore aggiunto, altrimenti sono pagati dalla collettività o dallo Stato.
La gestione del profitto e la “moltitudine al denominatore“
Una delle distinzioni cruciali riguarda la funzione dell‘impresa e del profitto. Mentre l‘impresa capitalista è nata per ridurre la scarsità attraverso la massimizzazione del profitto per pochi, la cooperazione dimostra che si può essere agenti riduttori di scarsità e di disuguaglianza contemporaneamente.
- Il denominatore della moltitudine: La differenza fondamentale risiede in chi accede al risultato economico. Nella cooperazione, il profitto (il numeratore) è destinato a una moltitudine di persone (il denominatore), trasformandosi in ristorno e generando un impatto sociale positivo (SROI).
- Ogni euro di profitto cooperativo è considerato un bene comune, poiché ha un effetto ridistributivo superiore rispetto alle aziende tradizionali.
Predistribuzione e protagonismo politico
L‘economia sociale non si limita a chiedere una migliore “ridistribuzione“ del valore a valle (dopo che è stato creato da altri), ma pratica la predistribuzione. Ciò significa rivendicare un ruolo chiave nella fase di creazione del valore, agendo come soggetto industriale competitivo che mette insieme le leve economiche delle persone per contrastare i grandi capitali. In questo senso, la cooperazione è anche un progetto politico che costruisce soggettività collettive e modelli di convivenza democratica all‘interno dell‘economia.
Un modello oltre la forma giuridica
La cooperazione è un modello d‘azione che va oltre lo status giuridico di “cooperativa“. È un modo di stare al mondo e di far funzionare le istituzioni; non a caso, i principi cooperativi sono stati alla base della nascita delle grandi organizzazioni internazionali per garantire la pace e lo sviluppo nel secondo dopoguerra.
In sintesi, l‘economia sociale è un sistema che inventa soluzioni sociali a bisogni reali (come accadde storicamente con l‘invenzione dei mutui o delle prime società di costruzione), cercando costantemente di socializzare la ricchezza invece di permetterne l‘estrazione e la privatizzazione da parte di pochi soggetti.
Cosa è necessario fare per capire il futuro della cooperazione e perché?
Per capire il futuro della cooperazione è necessario intraprendere un percorso che unisca l‘analisi storica, la consapevolezza filosofica e una forte spinta all‘innovazione tecnologica e istituzionale.
Ecco i passaggi fondamentali e le ragioni che li rendono indispensabili:
1. Conoscere la storia senza restarne “incantati“
Per comprendere dove va la cooperazione, bisogna conoscerne e interpretarne la storia, ma con una avvertenza cruciale: non bisogna rimanere prigionieri della “retorica delle origini“. La storia deve essere un contributo utile per rilanciare il futuro, non un rifugio romantico. È necessario ricordare che la cooperazione è nata per salvare vite ed esistenze in contesti di estremo bisogno, dimostrando che l‘economia può dare un senso profondo all‘esistenza umana.
2. Comprendere la contrapposizione filosofica al capitalismo
Bisogna capire che la cooperazione non è solo una tecnica economica, ma si fonda su una teoria dell‘esistenza alternativa a quella del capitalismo. Mentre quest‘ultimo vede l‘uomo mosso solo da utilità individuale e accumulazione, la cooperazione riconosce la finitezza del tempo umano e propone lo “stare insieme“ e il “fare insieme“ come il principale antidoto all‘angoscia della precarietà,. Capire questo è essenziale per ridare senso e prospettiva al ruolo della cooperazione nel mondo attuale.
3. Proiettare i modelli storici nelle sfide del digitale (AI e Dati)
Il futuro dipende dalla capacità di leggere il digitale e l‘intelligenza artificiale attraverso la lente cooperativa. Grandi colossi come Amazon o Airbnb hanno “rubato“ e digitalizzato principi tipici dell‘economia sociale (come l‘asset condiviso o la cooperazione tra consumo e logistica) per privatizzarne i profitti. Per il futuro, la cooperazione deve ambire a creare “unicorni della cooperazione“ o una “nuova Amazon“ che, invece di arricchire pochi, utilizzi le tecnologie per socializzare il valore con le moltitudini,.
4. Creare condizioni di accessibilità per le nuove generazioni
Poiché il futuro (ad esempio quello del 2050) sarà plasmato da chi oggi non è ancora nato o non è ancora parte del movimento, è necessario costruire oggi condizioni di accessibilità e permeabilità. Bisogna investire in spazi di pensiero e formazione, come una “Università della cooperazione“, affinché le nuove generazioni considerino il modello cooperativo come una scelta di vita praticabile e non solo come un lavoro qualunque,.
5. Rivendicare un ruolo di “predistribuzione“ e valore olistico
È necessario passare da una logica di semplice “ridistribuzione“ (chiedere che il valore creato da altri venga diviso meglio) a una di predistribuzione, rivendicando un ruolo chiave nella fase di creazione del valore. Questo serve a dimostrare, dati alla mano, che la cooperazione è l‘unico modello capace di essere contemporaneamente riduttore di scarsità e riduttore di disuguaglianza, grazie alla capacità di mettere la “moltitudine al denominatore“ del profitto,.
Perché è necessario farlo?
Questo sforzo è indispensabile perché, se la cooperazione smette di proporre soluzioni inedite e “oscene“ rispetto al pensiero mainstream, rischia di diventare irrilevante o puramente simbolica,. Solo riattivando una visione politica e istituzionale — che consideri la cooperazione un modello di convivenza e pace applicabile anche fuori dai confini delle singole aziende — sarà possibile sottrarre ricchezza a chi la privatizza per portarla a chi la socializza,.
In che modo l’economia sociale e la cooperazione hanno salvato vite nei movimenti sociali? In che modo possono competere con la visione capitalistica di chi estrae profitto?
L‘economia sociale e la cooperazione hanno salvato vite e possono competere con il modello capitalista agendo sia sul piano materiale che su quello filosofico e strutturale.
Come l‘economia sociale ha salvato vite
Storicamente, la cooperazione è nata non per rispondere a semplici bisogni di benessere, ma per affrontare situazioni in cui la vita stessa delle persone era a rischio.
- Creazione di soluzioni inedite: Uomini e donne, messi alle strette da un sistema economico “estrattivo“, si sono uniti per inventare soluzioni che prima non esistevano, producendo cambiamenti materiali reali che hanno salvato esistenze.
- Riduzione della scarsità: Al momento della sua nascita (fine ‘800 - inizio ‘900), il problema principale era la scarsità di risorse primarie come cibo, acqua e cure, che causava epidemie e carestie. La cooperazione è stata in grado di agire come un potente agente riduttore di scarsità.
- Antidoto all‘angoscia esistenziale: Su un piano più profondo, la cooperazione salva vite dando un senso all‘esistenza. Mentre il capitalismo isola l‘individuo nella ricerca dell‘utilità, lo “stare insieme“ e il “fare insieme“ (cooperare) fungono da principale antidoto all‘angoscia della precarietà e della finitezza del tempo umano.
Come competere con la visione capitalistica
Per competere efficacemente con chi estrae profitto, la cooperazione non deve limitarsi a chiedere “asilo“ o assistenza, ma deve agire come un soggetto industriale competitivo,.
- La moltitudine al denominatore: Il segreto della sfida economica risiede in chi accede al risultato. Mentre il capitalismo privatizza il profitto per pochi, la cooperazione mette la “moltitudine al denominatore“,. In questo modo, ogni euro di profitto cooperativo diventa un bene comune con un impatto sociale superiore (SROI), poiché riduce contemporaneamente la scarsità e la disuguaglianza,.
- Predistribuzione invece di sola ridistribuzione: La cooperazione non deve limitarsi a chiedere che il valore creato da altri venga diviso meglio (ridistribuzione). Deve invece praticare la predistribuzione, ovvero rivendicare un ruolo chiave già nella fase di creazione del valore, mettendo insieme le leve economiche delle persone per contrastare i grandi capitali,.
- Internalizzazione delle esternalità: Il modello capitalista spesso appare efficiente solo perché “delocalizza“ i costi sociali e ambientali verso lo Stato (sotto forma di debito pubblico) chiamandoli “esternalità“,. La cooperazione compete proponendo un valore aggiunto olistico, che integra già nel calcolo economico la dimensione sociale e ambientale.
- Sfida tecnologica (Unicorni cooperativi): Per il futuro, la sfida si sposta sul digitale. Grandi colossi come Amazon o Airbnb hanno digitalizzato principi dell‘economia sociale (come l‘asset condiviso) per fare profitti privati. La cooperazione può competere solo se ambisce a creare “unicorni della cooperazione“: macinatori di profitti sociali che utilizzano tecnologie come l‘AI per socializzare il valore con milioni di persone anziché estrarlo per pochi proprietari,.
In sintesi, la cooperazione compete dimostrando che è possibile essere imprenditoriali ed efficienti senza smettere di essere un progetto politico e umano che promuove la dignità e la convivenza democratica dentro l‘economia,.
Su cosa è fondato il capitalismo?
Il capitalismo non è semplicemente un insieme di regole tecniche o una teoria economica, ma si fonda su pilastri filosofici, antropologici e sociali molto profondi:
Una filosofia dell‘essere umano
Il capitalismo poggia su una specifica filosofia dell‘uomo, inteso come un soggetto mosso principalmente da pulsioni di utilità individuale. Secondo questa visione, l‘essere umano agisce per incamerare e accumulare la massima utilità possibile. Questa “teoria del desiderio“ viene poi articolata dagli economisti in diversi comparti: il profitto per l‘imprenditore, il salario per il lavoratore e il consenso per il politico.
La figura dell‘imprenditore come soggetto egemone
Il vero soggetto storico e culturale che emerge nel capitalismo è l‘imprenditore. Egli è visto come il leader di organizzazioni concepite per essere agenti riduttori di scarsità. Tra la fine dell‘Ottocento e l‘inizio del Novecento, quando la scarsità (di cibo, acqua, cure) era il problema sociale principale, il capitalismo ha proposto l‘impresa come lo strumento ideale per combinare risorse scarse e ottenere prodotti di valore superiore.
La giustificazione morale e sociale del profitto
Nella teoria capitalista, la privatizzazione del risultato economico (il dividendo) ha una giustificazione sociale e perfino “morale“ :
- L‘imprenditore si assume il rischio di essere un riduttore di scarsità.
- Il successo economico (misurato ad esempio dall‘EBITDA) dimostra che l‘impresa ha creato valore assorbendo risorse scarse e trasformandole in qualcosa di “meno scarso“ e più prezioso per la società.
- Per questo motivo, il sistema premia chi si assume tale responsabilità con la possibilità di intascare il profitto privatamente.
Il concetto di “esternalità“
Un aspetto strutturale del capitalismo è l‘esclusione dal calcolo economico dei costi sociali e ambientali, definiti come “esternalità“. In questo modello, l‘impresa dimostra di produrre valore aggiunto economico, ma spesso i costi sociali e ambientali generati durante la produzione rimangono fuori dal bilancio e finiscono per essere pagati dalla collettività o dallo Stato (generando debito pubblico).
In sintesi, il capitalismo si è imposto come modello dominante grazie alla sua capacità di dare una risposta potente al problema della scarsità materiale, legittimando l‘accumulazione individuale come motore di questo progresso.
In che modo l’economia sociale suona oscena e perché deve continuare a farlo?
L‘economia sociale suona “oscena“ e “ridicola“ perché propone una visione della realtà e del valore che rompe radicalmente con il senso comune del modello economico dominante.
In particolare, questa “oscenità“ si manifesta nei seguenti modi:
- La gerarchia del valore: L‘idea che il valore sociale e ambientale valga “almeno tanto quanto“ il valore economico appare ridicola agli occhi della teoria economica classica, orientata quasi esclusivamente alla massimizzazione del profitto finanziario.
- La provocazione dell‘inedito: Le proposte dell‘economia sociale devono apparire inedite e non conformi al pensiero mainstream; se suonassero “compliant“ o allineate al senso comune, significherebbe che il movimento ha perso la sua spinta propulsiva e la sua capacità di incidere realmente.
- Ambizioni “scandalose“: Rivendicare la creazione di un “unicorno della cooperazione“ (un‘impresa ad altissima crescita che socializza il valore invece di estrarlo) o di una “università della cooperazione“ per formare le menti del futuro è visto come un atto di rottura rispetto alle aspettative di un settore spesso relegato a un ruolo marginale o simbolico.
Perché deve continuare a essere “oscena“?
L‘economia sociale deve mantenere questo carattere per diverse ragioni fondamentali:
- Efficacia trasformativa: Meno l‘economia sociale appare “ridicola“ o “oscena“, meno è efficace nel produrre un cambiamento reale. Per avere un proposito radicalmente trasformativo, deve continuare a sfidare l‘egemonia culturale del capitalismo, che riduce l‘uomo a un mero cercatore di utilità individuale.
- Sottrazione di valore al modello estrattivo: Deve continuare a proporsi come un modello che non chiede “asilo“ o “mance“ allo Stato (welfare delegato), ma che agisce come un soggetto industriale competitivo capace di sottrarre quote di profitto a chi le privatizza (come i grandi colossi digitali) per distribuirle alla moltitudine.
- Antidoto all‘angoscia: Deve restare fedele alla sua filosofia dell‘esistenza, che vede nello stare insieme e nel cooperare il principale antidoto all‘angoscia della precarietà umana, offrendo un senso che il semplice accumulo di capitale non può fornire.
- Innovazione costante: Se smette di essere “oscena“, l‘economia sociale rischia di essere sussunta dal mercato, che storicamente tende a copiare le innovazioni sociali (come i mutui o i modelli di asset condiviso) per trasformarle in strumenti di profitto privato e di esclusione.
In sintesi, continuare a essere “oscena“ significa per la cooperazione non rinunciare alla propria ambizione politica e industriale, evitando di ridursi a una “best practice“ simbolica da invitare ai convegni, per diventare invece un vero macinatore di profitti sociali.
Cosa significa che l’impresa è l’unità elementare unitaria del capitalismo? Qual è la teoria dell’impresa del capitalismo?
Nel modello capitalista, l‘impresa è definita come l‘unità elementare unitaria perché rappresenta la “cellula“ fondamentale, il mattone di base attraverso cui l‘intero sistema economico pulsa e funziona. Non è semplicemente un‘organizzazione che cerca il profitto, ma il soggetto storico ed egemone che definisce la struttura della società.
La teoria dell‘impresa nel capitalismo si fonda sui seguenti pilastri:
- L‘agente riduttore di scarsità: L‘impresa è concepita come l‘organizzazione capace di prelevare risorse scarse dal pianeta e dalla società, combinarle e ottenere un prodotto il cui valore sia superiore a quello delle risorse iniziali. Storicamente, questo modello è diventato “desiderabile“ tra fine ‘800 e inizio ‘900, quando la scarsità (di cibo, acqua, cure) era il principale problema sociale che causava morti e carestie.
- La figura dell‘imprenditore e il rischio: L‘imprenditore è il leader di questa organizzazione e il “soggetto sociale da auspicare“. Poiché si assume il rischio di agire come riduttore di scarsità, la teoria capitalista gli riconosce una giustificazione morale e sociale per la privatizzazione del risultato economico (il dividendo).
- La logica del valore aggiunto (EBITDA): Il successo dell‘impresa è misurato dalla capacità di generare un valore di produzione superiore ai costi di produzione. Se il valore è maggiore, l‘impresa ha dimostrato “matematicamente“ di aver reso le risorse assorbite “meno scarse“ e più preziose per la società.
- L‘esclusione delle esternalità: Un tratto distintivo di questa teoria è che il calcolo del valore aggiunto ignora i costi sociali e ambientali, etichettandoli come “esternalità“. Questi costi restano fuori dal bilancio dell‘impresa e finiscono per essere pagati dallo Stato o dalla collettività, spesso traducendosi in debito pubblico.
- La filosofia dell‘utilità: Alla base di tutto c‘è una visione antropologica secondo cui l‘essere umano è mosso esclusivamente dal desiderio di massimizzare l‘utilità individuale. L‘impresa capitalista è lo strumento che articola questo desiderio, trasformandolo in profitto per l‘imprenditore, salario per il lavoratore e consenso per il politico.
In sintesi, per il capitalismo l‘impresa è lo strumento razionale e morale per combattere la scarsità attraverso l‘accumulazione di capitale e la legittimazione del profitto privato.
Quali sono le due critiche fondamentali alla teoria del capitalismo?
L‘autore del testo, il Prof. Luigi Corvo, muove due critiche fondamentali alla teoria del capitalismo, in particolare riprendendo e contestualizzando la visione di Max Weber che vede l‘impresa come un “agente riduttore di scarsità“,.
Le due critiche sono le seguenti:
1. L‘esclusione delle “esternalità“ dal calcolo del valore
La prima critica riguarda il modo in cui il capitalismo calcola il valore aggiunto (l‘EBITDA). L‘autore osserva che, nel produrre valore economico, il sistema capitalistico genera spesso costi sociali e ambientali negativi che vengono lasciati fuori dal bilancio dell‘impresa, definendoli appunto “esternalità“.
- L‘effetto sul settore pubblico: Poiché questi costi non sono internalizzati dall‘azienda, finiscono per essere pagati dalla collettività o dallo Stato, contribuendo alla creazione del debito pubblico.
- La proposta: L‘autore sostiene che l‘economia sociale debba pretendere un “valore aggiunto olistico sistemico“, che metta a confronto costi e valori su tre dimensioni: economica, sociale e ambientale.
2. Il “denominatore“ del profitto e l‘accessibilità
La seconda critica non contesta l‘esistenza del profitto o del dividendo in sé, ma si concentra su chi ne beneficia, ovvero sul “denominatore“ della formula economica.
- Concentrazione vs. Moltitudine: Nella teoria capitalista, il risultato economico è privatizzato a favore di pochi (chi possiede il capitale), mentre la cooperazione mira a mettere una “moltitudine al denominatore“,.
- Riduzione della disuguaglianza: Se il profitto è destinato a una moltitudine, esso si trasforma in ristorno e diventa un bene comune con un impatto sociale positivo (SROI),. In questo modo, l‘impresa non agisce solo come riduttore di scarsità, ma anche come potente agente riduttore di disuguaglianza, rendendo l‘intrapresa economica accessibile anche a chi non possiede grandi dotazioni iniziali di capitale,.
In sintesi, l‘autore critica un modello che ottiene un valore aggiunto “parziale“ scaricando i costi sulla società e che riserva i benefici a una stretta minoranza, proponendo invece un modello predistributivo che internalizza i costi e socializza i risultati,.
Perché l’economia sociale è il sfida tanto col capitalismo, quanto con lo statalismo?
L‘economia sociale rappresenta una sfida tanto al capitalismo quanto allo statalismo perché si pone come un modello radicalmente trasformativo che rifiuta le logiche di entrambi, proponendo una terza via fondata sulla soggettività collettiva e sulla predistribuzione del valore.
Ecco i motivi principali di questa doppia sfida:
La sfida al Capitalismo
L‘economia sociale contesta il capitalismo non solo sul piano tecnico, ma su quello filosofico e antropologico:
- Filosofia dell‘essere umano: Mentre il capitalismo vede l‘uomo come un soggetto mosso solo dal desiderio di accumulare utilità individuale, l‘economia sociale riconosce la finitezza del tempo umano e propone lo stare insieme e il cooperare come l‘unico vero antidoto all‘angoscia della precarietà.
- Internalizzazione dei costi: L‘economia sociale critica il capitalismo per la creazione di esternalità negative (sociali e ambientali). In un modello puramente capitalista, l‘impresa genera profitto economico ma “delocalizza“ i costi sociali all‘esterno, lasciandoli sulle spalle dello Stato. La cooperazione propone invece un valore aggiunto olistico che integri queste dimensioni nel calcolo economico.
- La moltitudine al denominatore: La sfida economica risiede nel “denominatore“. Se il capitalismo privatizza i risultati per pochi, l‘economia sociale mette a denominatore una moltitudine di persone, trasformando il profitto in ristorno e agendo come un potente riduttore di disuguaglianza.
La sfida allo Statalismo
Allo stesso modo, l‘economia sociale rifiuta di essere una semplice appendice o un “sostituto“ dello Stato:
- Rifiuto del ruolo di “guanto del welfare“: L‘economia sociale non ha mai voluto fare il “soggetto globo“ delle esternalizzazioni pubbliche, né ha accettato di prendere una “mancia“ dallo Stato per portare il welfare a casa della gente. Essa rivendica che il welfare non va semplicemente consegnato, ma prodotto insieme alla gente.
- Democrazia nell‘economia: Sfida lo statalismo affermando che è possibile (e necessario) fare democrazia dentro l‘economia, costruendo soggettività politiche che non deleghino la gestione dei bisogni sociali esclusivamente all‘apparato burocratico statale.
- Predistribuzione vs. Ridistribuzione: Mentre lo statalismo punta sulla ridistribuzione a valle (tassare il valore creato da altri per ridistribuirlo), l‘economia sociale pratica la predistribuzione. Ciò significa rivendicare un ruolo chiave già nella fase di creazione del valore, mettendo insieme le leve economiche delle persone per competere come soggetto industriale autonomo.
Una sintesi politica e istituzionale
In sintesi, l‘economia sociale sfida entrambi i sistemi perché dimostra che la cooperazione va oltre lo status giuridico; è un modo di stare al mondo che può informare anche il funzionamento delle istituzioni. Storicamente, i principi cooperativi sono stati alla base della nascita delle grandi organizzazioni internazionali per garantire la pace (come le Nazioni Unite o Bretton Woods), dimostrando che il modello cooperativo può funzionare con successo anche fuori dai confini dell‘azienda, nelle interazioni istituzionali globali.
Che tipi di modelli dobbiamo immaginarci per rendere più accessibile la possibilità di essere riduttori di scarsità?
Per rendere più accessibile la possibilità di essere riduttori di scarsità, superando il modello capitalista dove tale ruolo è riservato a chi possiede grandi dotazioni iniziali di capitale, dobbiamo immaginare modelli basati sull‘accessibilità all‘intrapresa e sulla socializzazione del valore,.
Ecco i tipi di modelli fondamentali da sviluppare:
- Modelli di “Maxi-credito“: Invece di limitarsi al micro-credito (spesso associato a una logica di pura assistenza), è necessario immaginare strumenti di finanziamento su larga scala che permettano a chiunque di cimentarsi nell‘intrapresa economica, rendendo il “dividendo“ contendibile,.
- Modelli con la “Moltitudine al Denominatore“: Dobbiamo passare da modelli che privatizzano il profitto per pochi a modelli dove il profitto viene diviso per una moltitudine di persone (trasformandosi in ristorno),. In questo modo, l‘impresa non è solo un riduttore di scarsità, ma agisce contemporaneamente come un agente riduttore di disuguaglianza,.
- Unicorni della Cooperazione: Occorre smettere di pensare in piccolo e ambire a creare soggetti industriali competitivi nel digitale e nelle nuove tecnologie,. L‘obiettivo è creare una “nuova Amazon“ o un “nuovo Airbnb“ che, invece di estrarre valore per pochi proprietari, utilizzi l‘asset condiviso e i dati per socializzare la ricchezza con milioni di persone,.
- Modelli di Predistribuzione: Non bisogna limitarsi a chiedere una migliore distribuzione del valore “a valle“ (ridistribuzione), ma rivendicare un ruolo chiave già nella fase di creazione del valore. Questo si ottiene mettendo insieme le leve economiche della moltitudine per competere come soggetto industriale che sposta l‘asse dell‘utilità dai pochi ai più,.
- Modelli di Formazione e Pensiero (Università della Cooperazione): È necessario costruire spazi di pensiero sistemico, come una Università della Cooperazione (sul modello di quella di Mondragon), per rigenerare il pensiero cooperativo nelle nuove generazioni e renderlo un‘opzione di vita praticabile e desiderabile per il futuro,.
- Modelli Istituzionali Cooperativi: Bisogna proiettare i meccanismi della cooperazione fuori dai confini dell‘azienda, immaginando che le istituzioni stesse (anche internazionali) possano funzionare secondo principi cooperativi per garantire pace e sviluppo, come accaduto storicamente nel secondo dopoguerra,.
In sintesi, la sfida è trasformare la cooperazione da una “best practice“ simbolica a un macinatore di profitti sociali capace di competere con i grandi capitali attraverso l‘unione delle forze economiche delle persone,.
Cosa vuol dire che le cooperative devono fare l’utile e il profitto più alto possibile?
L‘affermazione che le cooperative debbano fare l‘utile e il profitto più alto possibile è una proposta volutamente controintuitiva e “politica“, che serve a scardinare l‘idea della cooperazione come un settore marginale o puramente assistenziale.
Questa visione si fonda su diversi punti chiave:
- La “moltitudine al denominatore“: La differenza fondamentale tra un‘impresa capitalista e una cooperativa non sta nell‘obiettivo di generare profitto, ma in chi ne beneficia. Mentre nel capitalismo il profitto è diviso tra pochi proprietari, nella cooperazione il “denominatore“ della formula è una moltitudine di persone. Di conseguenza, più alto è il profitto (il numeratore), maggiore è il valore che può essere socializzato tra i soci, trasformandosi in ristorno.
- Il profitto come bene comune: Ogni euro di profitto generato da una cooperativa è considerato un bene comune poiché ha un impatto sociale positivo superiore (SROI - Social Return on Investment) rispetto a quello delle aziende tradizionali. Esso agisce come un potente agente riduttore di disuguaglianza, riducendo ad esempio i differenziali retributivi tra i lavoratori.
- Sottrarre valore ai modelli estrattivi: Fare grandi profitti in forma cooperativa significa, concretamente, “portare di qua“ quote di valore che altrimenti verrebbero privatizzate ed estratte da soggetti che mettono “i pochi“ al denominatore (come i grandi colossi digitali alla Bezos). In questo senso, il profitto cooperativo è un atto di conflitto economico efficace.
- La necessità di un “numeratore“ consistente: Per poter popolare un denominatore fatto di milioni di persone (come nel caso dell‘ambizione di creare un “unicorno della cooperazione“), è necessario costruire un numeratore, ovvero un utile, estremamente consistente. Senza un profitto significativo, la cooperazione rischia di restare una “best practice“ simbolica da convegno invece di diventare un “macinatore di profitti sociali“ capace di cambiare realmente le condizioni di vita delle persone.
- Emancipazione e dignità: Infine, l‘utile cooperativo permette di tenere insieme la riduzione della scarsità (efficienza imprenditoriale) e la riduzione della disuguaglianza, promuovendo la dignità della persona nel lavoro in linea con i principi costituzionali.
In sintesi, la cooperazione non deve aver paura del profitto, ma deve rivendicarlo come lo strumento necessario per socializzare la ricchezza su vasta scala.
Qual è il vero antidoto di chi costruisce i modelli alternativi al capitalismo?
Il vero antidoto proposto da chi costruisce modelli alternativi al capitalismo, come l‘economia sociale e la cooperazione, opera su due livelli strettamente connessi: uno esistenziale e uno economico-strutturale.
1. L‘antidoto all‘angoscia esistenziale
Sul piano filosofico, l‘economia sociale riconosce un elemento che la teoria capitalista tende a eludere: la finitezza del tempo umano. La consapevolezza che la nostra vita ha un termine genera un‘angoscia permanente. Il “più grande antidoto“ a questa precarietà dell‘esistenza è lo “stare insieme, il fare insieme e l‘operare insieme“, concetti che formano la base stessa del cooperare.
2. La “ricetta“ economica: superare la contrapposizione tra efficienza e uguaglianza
Sul piano operativo, l‘autore definisce come “vero antidoto“ e “ricetta“ fondamentale per gli economisti la capacità di tenere insieme la riduzione della scarsità e la riduzione della disuguaglianza.
- Oltre i modelli ipotetici: Questo approccio è considerato un unicum nell‘economia perché non si limita a proporre modelli teorici “dalle nuvole“, ma interviene direttamente nella gestione delle risorse scarse.
- La moltitudine al denominatore: Il cuore di questo antidoto consiste nel cambiare la formula del profitto. Se nel capitalismo il risultato è diviso tra pochi, la cooperazione mette la “moltitudine al denominatore“.
- Il profitto come bene comune: In questo modello, ogni euro di profitto in più non è un fine egoistico, ma un agente riduttore di disuguaglianza. Grazie alla capacità redistributiva e all‘effetto del ristorno, l‘impresa cooperativa riesce a essere contemporaneamente un soggetto industriale competitivo (riduttore di scarsità) e uno strumento di emancipazione e dignità per le persone.
In sintesi, il vero antidoto non è la semplice “ridistribuzione“ a valle di ciò che altri hanno prodotto, ma un‘economia predistributiva che rivendica un ruolo chiave già nella fase di creazione del valore, mettendo le leve economiche delle moltitudini al servizio della collettività.
Qual è la differenza tra economia redistributiva e predistributiva?
La differenza fondamentale tra economia redistributiva e predistributiva risiede nel momento e nel modo in cui si interviene nel ciclo del valore: mentre la prima agisce a valle della produzione, la seconda interviene direttamente nella fase di creazione.
Economia Redistributiva
- Focalizzazione “a valle“: Si concentra sulla distribuzione della ricchezza dopo che il valore è già stato creato da altri soggetti.
- Ruolo passivo: Chi punta solo sulla ridistribuzione rischia di mettersi “in coda alla fine“ chiedendo che il valore venga diviso meglio, ma di fatto consegna il campo della produzione e della creazione del valore a qualcun altro.
- Limiti: L‘autore critica l‘enfasi quasi esclusiva del dibattito contemporaneo sulla ridistribuzione, sottolineando che non si può parlare di come distribuire il valore senza occuparsi di chi e come lo genera.
Economia Predistributiva
- Focalizzazione sulla creazione: Rivendica un ruolo chiave fin dalla fase di creazione del valore. Non aspetta che il profitto sia generato da terzi per poi tassarlo o ridistribuirlo, ma organizza l‘attività economica affinché il valore nasca già condiviso.
- Soggetto industriale competitivo: Si basa sull‘idea di mettere insieme le “leve economiche di una moltitudine“ per diventare un soggetto industriale capace di competere con i grandi capitali.
- Esempio storico (Rochdale): I pionieri della cooperazione non chiesero l‘elemosina (ridistribuzione), ma decisero di acquistare insieme i beni di consumo per eliminare il margine del mediatore e tenere quel valore per sé stessi fin dall‘inizio. Questo atto ha spostato l‘asse dell‘utilità “dai pochi ai più“, agendo come un conflitto economico efficace anziché una semplice rivendicazione.
- La “Moltitudine al Denominatore“: La predistribuzione si realizza mettendo una moltitudine di persone al denominatore della formula del profitto. In questo modo, ogni euro di utile prodotto non viene “estratto“ da pochi proprietari, ma socializzato immediatamente tra i soci (sotto forma di ristorno o servizi), agendo come un potente agente riduttore di disuguaglianza già all‘interno del processo produttivo.
In sintesi, mentre la ridistribuzione cerca di correggere i danni o le disparità di un sistema estrattivo una volta che si sono verificati, la predistribuzione costruisce un sistema economico che, per sua stessa natura e struttura, genera uguaglianza e dignità durante l‘atto stesso di produrre valore.
Dove e come è nato il modello della cooperazione internazionale?
Il modello della cooperazione internazionale è nato nel contesto del secondo dopoguerra e affonda le sue radici nei principi dell‘economia sociale proiettati su scala globale.
La sua origine e il suo sviluppo sono avvenuti nel seguente modo:
- Il luogo e i protagonisti: Il modello è emerso dal clima intellettuale di Cambridge, dove l‘economista John Maynard Keynes interagiva con figure del calibro di Piero Sraffa, Ludwig Wittgenstein e Virginia Woolf. Questa “cooperazione di menti“ è stata la scintilla che ha permesso di immaginare un nuovo ordine mondiale.
- Il meccanismo di nascita: Keynes ha preso i meccanismi di funzionamento della cooperazione, nati originariamente dentro i confini dell‘azienda (come la mutualità e l‘obiettivo condiviso), e li ha portati fuori dai confini dell‘impresa per applicarli alle interazioni istituzionali.
- L‘impatto istituzionale: Su questa proiezione dei principi cooperativi a livello interistituzionale sono state fondate le grandi organizzazioni sovranazionali che hanno garantito decenni di pace, tra cui le Nazioni Unite e il sistema di Bretton Woods.
- Un modello politico oltre lo status giuridico: la cooperazione internazionale non è solo un settore tecnico, ma la dimostrazione che il modello cooperativo è un modo di stare al mondo che può funzionare con successo anche per regolare i rapporti tra Stati, agendo come un modello politico di gestione delle relazioni.
In sintesi, la cooperazione internazionale è nata dalla capacità di tradurre i valori della democrazia economica e del fare insieme in architetture istituzionali globali.
Che cos’è un mutuo abitativo?
Il mutuo abitativo è un‘innovazione nata originariamente all‘interno dell‘economia sociale e della cooperazione, nello specifico intorno al 1880 attraverso le cosiddette Building Societies.
In origine, questo strumento funzionava come un sistema di prestito a turno concesso ai membri di una cooperativa per permettere loro di costruirsi una casa. Il nome stesso “Building Societies“ rifletteva una doppia missione: agire come società di costruzione e, contemporaneamente, “costruire la società“ attraverso la cooperazione.
Alcuni aspetti chiave sulla natura del mutuo:
- Costrutto sociale: Non è un elemento naturale o biologico, ma un‘invenzione umana nata per rispondere a specifici bisogni sociali.
- Evoluzione e mercato: Nel tempo, il mercato ha “sussunto“ e standardizzato il modello del mutuo, trasformandolo in una commodity algoritmica.
- Inclusione vs Esclusione: Sebbene sia nato come uno strumento di inclusione per chi non aveva mezzi, oggi è spesso diventato uno strumento di esclusione e disuguaglianza, poiché l‘accesso è vincolato a garanzie rigide (come contratti a tempo indeterminato o garanzie patrimoniali familiari) che ne hanno ribaltato la funzione originaria.
Nota: Le fonti fornite si concentrano sulla storia e sulla critica socio-economica del mutuo abitativo nell‘ambito della cooperazione; per una definizione tecnica o legale dettagliata secondo la normativa bancaria vigente, potrebbe essere necessario consultare fonti esterne o testi giuridici specifici.
A me sembrava di aver capito che l’intenzione fosse quella di creare un gruppo che si occupasse nello specifico del tema della propaganda. È un po’ per questo che avevo fatto questa proposta più di metodo che di contenuto, ipotizzando che poi dei contenuti veri e propri si sarebbe scesi nel gruppo di lavoro dedicato, con un mandato specifico