xenodibi

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Cake day: October 16th, 2025
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Ciao ame, vi scrivo questo post per spiegare come vedo oggi la strategia del Partito Capibara. Prima però mi scuso, perché negli ultimi mesi ho cambiato idea spesso. Nell’ultimo anno il progetto nella mia testa ha preso molte forme diverse, trasformandosi più volte, e anche recentemente mi sono trovato a un passo dal far partire formalmente il Partito Capibara, per poi fermarmi, diciamo titubare.

Questo stop è arrivato dopo alcune riflessioni su cosa significhi davvero “far partire” il partito, secondo me. Ne ho parlato con alcunə di noi (tra cui Andre) e ora provo a condividere come vedo la situazione ad oggi.


Premessa importante: per me il Partito Capibara è uno strumento del movimento, non il contrario. Emerge dal movimento e sono convinto che non riusciremmo a costruire un partito di massa se non considerandolo parte di qualcosa di più ampio: il movimento gratuitista. Il Partito Capibara è quindi un progetto interno a questo movimento più largo.


Un punto pratico: raccogliere le firme istituzionali è difficile. Serve la presenza di un pubblico ufficiale, si può fare solo su carta bollata, e bisogna essere distribuit3 in circoscrizioni in tutto il Paese. Se partissimo da lì per diffondere il Partito Capibara, sarebbe una cosa molto noiosa e poco efficace.

L’idea che mi convince di più, anche sulla base di suggerimenti di variə di voi, è questa: in questa fase dovremmo propagandare il gratuitismo in tutte le forme possibili. Diffondere l’iperstizione, l’idea della gratuità, ovunque. Propaganda di movimento.

Dentro questa propaganda, ovvero parte di questa propaganda c’è la possibilità di “metterci la firma”. La firma però inizialmente sarebbe digitale, e dentro una narrazione semiseria: sembra un meme, una cosa simpatica e virale, che attira attenzione e magari ti fa finire anche sui media. Poi però si scopre che è tutto serio e che stiamo progettando davvero.

Immagino quindi una prima raccolta firme digitale, molto facile, in cui raccogliamo i contatti delle persone e sul sito c’è un numero che sale. Più sale, più l’iperstizione si realizza.

Quando arriviamo a 120.000 firme, a quel punto possiamo passare alla seconda fase: tradurre le firme digitali in firme istituzionali. Avendo i contatti delle persone, possiamo ricontattarle e organizzare la raccolta. Giuseppe propone addirittura di fare un pullmino mattissimo e girare l’Italia porta per porta, comune per comune, per raccogliere quelle firme.

Questa divisione in due fasi secondo me è utile per due motivi.

Il primo è che ora possiamo concentrarci sulla propaganda divertente. Propaganda di tutto il gratuitismo, propaganda che comprende anche il partito capibara ma non si esaurisce in esso, e che diffonde la gratuità in tutti i modi. Sticker da attaccare in giro, messaggi nei fiocchetti sui pali, scritte sui muri, nomi delle vie hackerati. Oppure vestirsi da capibara gigante con due cartelli, uno a freccia e uno con scritto “gratis”, e una mensola di legno sul petto con i materiali da regalare alle persone. Girare nelle zone universitarie, diffondere il gratuitismo, aggregare persone e spingerle a diffondere l’iperstizione a loro volta. Sempre con una call to action semplice: “mettici la firma”. Facciamo salire il numero fino a 120.000.

Il secondo motivo è che possiamo rimandare gli aspetti burocratici partitici, compresa la strategia parlamentare, a un momento successivo. Questo ci dà tempo per costruire bene lo statuto e prepararci su tutto con cura, già da oggi (PS: vi mostrerò a breve una bozza di statuto su cui ho lavorato). La raccolta firme istituzionale, che di per sé è poco entusiasmante, diventerebbe la fase finale quando il movimento è già diffuso e si tratterebbe solo di trasformare firme digitali in firme fisiche nelle circoscrizioni.

In questo momento penso che la cosa principale sia diffondere l’iperstizione, divertendoci e aggregando persone. Possiamo costruire carretti, costumi, maschere, sticker, idee situazioniste, apparizioni nello spazio urbano. Potremmo anche farci aiutare da “Sofiga – Giovanna Mucciaccia”, che è dell3 nostr3, oppure fare laboratori solarpunk per imparare a costruire queste cose in autonomia.

A Padova e Bologna vorrei partire subito da aprile, fondando due collettive e seguendole direttamente. Partirei già dal raduno al parco presentandomi con una scatola di sticker da regalare, e poi incontrarci con periodicità e diffondere l’idea che viviamo nell’abbondanza, che potrebbe essere tutto gratis, e che puoi metterci la firma.

Un’ultima considerazione riguarda il nome “Partito Capibara”. Spesso emergono alternative come “Partito Gratuitista” o “Partito Gratis” (in inglese “Free Party”, che mi piace un casino). Non escludo che in futuro si possa cambiare nome in una nuova fase. Però oggi credo che questi nomi non sfruttino il potenziale memetico del progetto.

“Partito Gratuitista” suona come altri nomi teorici, difficili da comprendere, come “partito situazionista” o “partito accelerazionista”, e rimane nell’immaginario dei partiti tradizionali. Ma ora, almeno fino al 2027, secondo me il nostro compito non è puntare a governare, ma fare una candidatura iperstizionale, entrare nella mente delle persone [la strategia per puntare al governo secondo me verrà subito dopo].

Il capibara invece è già un meme enorme: cartoni animati, libri per bambini, giochi, gadget, pubblicità. Tutt3 lo trovano simpatico. Anche se poch3 conoscono la lore del capibara come animale del comunismo di lusso, questo non è il punto. Attira l’attenzione.

Potremmo usare anche un gattino (forse inflazionato) o la Pimpa (ma c’è il copyright). Purché sia un meme: in questo senso il capibara funziona. Recentemente La7 ha fatto un servizio su una pagina di meme-video capibara, e anche Radio Popolare mi ha intervistato perché incuriosita dal nome “Partito Capibara”. Fa ridere, è leggero, circola bene, ma permette di inserire contenuti seri (a sorpresa). Un meme che puoi trasformare in realtà (mettendoci la firma!).

Quindi, riassumendo: fase 1 → meme e iperstizione della filosofia gratuitista fase 2 → traduzione a firme istituzionali e strategia parlamentare

Adesso, secondo me, la cosa da fare è diffondere l’iperstizione e aggregare persone. E far crescere il numero delle firme!

Cosa ne pensate? Mi scuso di nuovo se ho creato confusione nelle ultime settimane rispetto alla mia visione strategica, e vi chiedo sinceramente incuriosito cosa ne pensiate!

4 months

1. Definizione generale Il gratuitismo è il modello economico e politico corrispondente a una società della cura.
Il suo principio fondamentale è che ciò che è necessario a vivere e a fiorire non debba essere subordinato né al mercato né al salario né alla colpa morale del bisogno.

In forma sintetica, il gratuitismo sostiene che:

  • la vita non può avere prezzo;
  • i bisogni fondamentali non possono essere merci;
  • il lavoro non deve essere la condizione di accesso alla sopravvivenza;
  • la società deve essere organizzata attorno alla cura, alla cooperazione e all’abbondanza condivisa.

Non è quindi semplice welfare, né mero assistenzialismo, né sola redistribuzione. È una teoria della sottrazione della vita alla forma-prezzo.

2. Genealogia teorica Il gratuitismo emerge come sintesi di due matrici accelerazioniste:

a) Left Accelerationism (L/ACC) Dal L/ACC eredita:

  • l’idea che il capitalismo abbia già sviluppato le condizioni tecnico-materiali per una società dell’abbondanza;
  • le potenzialità dispiegate dallo sviluppo tecnologico della società contemporanea;
  • la critica al lavoro salariato; -la convinzione che la scarsità contemporanea sia in larga misura artificiale;
  • la necessità di una pianificazione postcapitalista e di nuove infrastrutture.

b) Cute accelerationism (C/ACC) Dalla componente C/ACC eredita:

  • la centralità della cura;
  • la trasformazione dei soggetti e non solo delle istituzioni;
  • una critica della soggettività competitiva, proprietaria, performativa;
  • l’idea che nessuna trasformazione economica - sia stabile senza trasformazione antropologica;
  • l’importanza di affetti, desideri, linguaggi, comunità e pratiche di consapevolezza.

Ne risulta che il gratuitismo è insieme:

  • post-lavorista,
  • demercificante,
  • anti-competitivo,
  • centrato sulla cura, accelerazionista, ma in un senso corretto dalla critica della durezza produttivistica.

3. Diagnosi del capitalismo Per concepire il gratuitismo come teoria, è essenziale chiarire la diagnosi del suo avversario. Il capitalismo non è solo un sistema economico. È:

a) Un dispositivo di scarsità artificiale Produce abbondanza tecnica, ma costringe gli individui a vivere come se tutto fosse scarso.
La sopravvivenza resta mediata dal denaro e dal lavoro.

b) Un dispositivo morale Trasforma il privilegio in merito e il bisogno in colpa.
Chi riesce appare virtuoso; chi cade appare responsabile della propria caduta.

c) Un dispositivo antropologico Forma soggetti competitivi, produttivi, autosorvegliati, abituati a “correre” per non precipitare nella marginalità.

d) Un dispositivo spirituale e affettivo Produce depressione, ansia, senso di colpa, paura della marginalità, repressione emotiva, interiorizzazione della violenza sistemica.

e) Un regime di ricatto Il bisogno fondamentale — mangiare, abitare, curarsi, muoversi — funziona come leva disciplinare.
Si lavora non per autorealizzarsi, ma per evitare la caduta.

Questa diagnosi è decisiva: il gratuitismo non nasce perché “sarebbe bello avere cose gratis”, ma perché il prezzo applicato ai bisogni fondamentali è interpretato come la forma politica specifica del dominio capitalistico.

4. Fondamento antropologico Il gratuitismo si regge su una diversa concezione dell’essere umano.

Il capitalismo presuppone un soggetto:

  • competitivo,
  • proprietario,
  • autosufficiente,
  • responsabile individualmente del proprio destino,
  • valutato in base a produttività, successo e conformità.

Il gratuitismo oppone a questa immagine un

  • soggetto:
  • relazionale,
  • vulnerabile,
  • cooperativo,
  • trasformabile,
  • inserito in reti di dipendenza reciproca,
  • portatore di valore intrinseco.

L’essere umano, in questa prospettiva, non è un imprenditore di sé, ma un essere che fiorisce nella cura reciproca, negli affetti, nel tempo liberato e nella possibilità di sviluppare il proprio potenziale.

Questa antropologia ha almeno quattro tesi forti:

a) Ogni vita ha valore in sé Il valore non dipende da utilità, redditività o prestazione.

b) Il bisogno non è una colpa Avere bisogno non deve produrre stigma né subordinazione.

c) La cooperazione è più fondamentale della competizione La competizione è una forma storica e violenta di organizzazione sociale, non un destino naturale.

d) Il soggetto va liberato anche interiormente La liberazione non è solo materiale, ma anche affettiva, spirituale e simbolica.

5. Fondamento etico: la cura Il concetto centrale del gratuitismo è la cura. Ma la cura non è una semplice disposizione morale privata. È un principio ordinatore.

Dire che la società deve essere fondata sulla cura significa:

  • considerare la vita come sacra o intrinsecamente degna;
  • organizzare le istituzioni in modo da proteggere e far fiorire le vite;
  • rifiutare che sanità, casa, cibo o tempo siano subordinati al profitto;
  • sostituire la competizione con la cooperazione;
  • assumere la fragilità e la dipendenza reciproca come fatti costitutivi dell’esistenza.

La cura ha quindi tre livelli:

a) Cura di sé Liberarsi dai residui interiorizzati del capitalismo: colpa, autosvalutazione, identificazione col successo.

b) Cura dell’altro Creare rapporti non fondati sul calcolo, ma sul riconoscimento reciproco.

c) Cura istituzionale Costruire un ordine sociale in cui i presupposti della vita siano garantiti incondizionatamente.

6. Principio economico fondamentale Il principio economico del gratuitismo è chiarissimo: accesso incondizionato ai bisogni di base. I sei bisogni fondamentali dell’essere umano sono:

  • casa
  • cibo
  • utenze
  • salute
  • cultura
  • trasporti

Questi beni e servizi devono essere garantiti gratuitamente come diritto strutturale. Questo è il cuore del gratuitismo. La gratuità significa de-mercificazione istituzionale.

Non significa che nulla venga prodotto o gestito, ma che l’accesso non sia regolato dalla capacità di pagare.

7. Teoria del lavoro Uno dei punti più forti del gratuitismo è la ridefinizione del lavoro.

Nel capitalismo:

  • il lavoro è obbligo;
  • è condizione di accesso alla vita;
  • viene imposto dal bisogno; -il suo valore è misurato da redditività, utilità e produttività.

Nel gratuitismo:

  • il lavoro cessa di essere dovere di sopravvivenza;
  • diventa attività scelta liberamente; viene orientato dal benessere collettivo e dalla realizzazione di sé;
  • si integra con l’automazione, che deve ridurre il lavoro necessario.

Questa teoria del lavoro implica tre tesi:

a) Fine del ricatto lavoro-sopravvivenza Nessuno dovrebbe essere costretto a vendere il proprio tempo per avere accesso ai mezzi di vita.

b) De-feticizzazione dell’utilità Un’attività non vale solo perché produce profitto o risultato misurabile.

c) Valorizzazione del tempo liberato Il tempo non è solo risorsa economica: è misura della vita.
Se la vita è preziosa, il tempo non può essere integralmente colonizzato dal lavoro.

8. Teoria del tempo Il gratuitismo contiene anche una vera teoria del tempo.

Il tempo appare come:

  • misura della vita;
  • bene intoccabile;
  • qualcosa che non può essere espropriato.

Se il capitalismo costringe a vendere tempo per sopravvivere, allora tocca il nucleo stesso della vita.
Per questo il gratuitismo vuole restituire il tempo ai soggetti.

Da qui discendono diverse implicazioni:

  • riduzione drastica del lavoro necessario; critica della burocrazia come furto di tempo di vita;
  • diritto al riposo, alla gratuità del tempo, alla non-performatività;
  • possibilità di dedicarsi a relazioni, apprendimento, comunità, contemplazione, cura.

9. Teoria della ricchezza e dell’abbondanza Il gratuitismo non è una teoria della rinuncia o dell’austerità.
È una teoria dell’abbondanza condivisa. La ricchezza non va più pensata come accumulazione privata, ma come capacità collettiva di garantire a tutti le condizioni della fioritura.

Questo implica:

  • passare da una logica dell’accumulazione a una logica della distribuzione;
  • usare tecnologia e automazione per ridurre lo sforzo necessario;
  • pensare la ricchezza come bene comune; subordinare il progresso tecnico alla qualità della vita.

La scarsità non è vista come dato naturale assoluto, ma come costruzione politica del capitalismo.

10. Teoria politica Il gratuitismo non è solo un modello di società futura, ma una strategia politica presente.

a) Lotta contro il realismo capitalista Il primo compito è rendere pensabile una società in cui vivere non costi.

b) Politica dell’immaginazione La gratuità dei bisogni fondamentali funziona anche come segno simbolico capace di rompere il monopolio capitalistico sul concetto di realtà.

c) Trasformazione egemonica Non basta cambiare le leggi: bisogna cambiare il senso comune, i desideri, i linguaggi, le immagini del vivere insieme.

d) Centralità della comunità La comunità è l’infrastruttura della trasformazione: non accessorio morale, ma condizione pratica per attraversare crisi, mutamenti e liberazione dai condizionamenti interiorizzati.

e) Politica non fondata sulla sola durezza del conflitto Il “Manifesto Mindful-Accelerazionista” aggiunge che la lotta deve includere consapevolezza, accompagnamento, cura post-crisi, mutuo aiuto e liberazione soggettiva.

11. Dimensione spirituale e simbolica Uno degli elementi più originali è questo: il gratuitismo non è soltanto materialista in senso economico. Ha anche una dimensione spirituale. Questa dimensione non coincide necessariamente con religione in senso tradizionale, ma con:

  • restituzione di sacralità alla vita;
  • amore incondizionato verso sé e gli altri;
  • consapevolezza dei propri desideri reali;
  • critica della religione consumista;
  • liberazione del sistema nervoso e della soggettività dai residui del capitalismo.

In questo senso il gratuitismo si presenta anche come una teoria della guarigione collettiva da un trauma sistemico.

12. Nemici strutturali del gratuitismo Il gratuitismo è incompatibile non solo col neoliberismo, ma con una serie di strutture che gerarchizzano il valore delle vite:

  • capitalismo
  • lavoro salariato come obbligo
  • mercificazione della sanità e dei bisogni vitali
  • patriarcato
  • colonialismo
  • guerra
  • abilismo
  • specismo
  • antropologia competitiva borghese

Questo mostra che il gratuitismo non è un semplice riformismo economico: tende verso una trasformazione complessiva della civiltà.

13. Formula sintetica Se sia dovesse condensare il gratuitismo in una formula teorica, sarebbe questa:

Il gratuitismo è la teoria secondo cui una società tecnologicamente avanzata e fondata sulla cura deve garantire gratuitamente i bisogni fondamentali, sottraendo la vita, il tempo e la fioritura dei soggetti alla mediazione del salario, del prezzo e della colpa.

14. Punti sistematici finali Per presentarlo in modo ordinato, il gratuitismo può essere esposto come sistema composto da sette tesi:

  1. Tesi ontologica La vita ha valore intrinseco e non può essere ridotta a merce.

  2. Tesi antropologica L’essere umano è relazionale, vulnerabile, cooperativo e trasformabile, non naturalmente competitivo.

  3. Tesi morale Il bisogno non è colpa; la cura è il principio etico fondamentale.

  4. Tesi economica I bisogni fondamentali devono essere garantiti tramite accesso incondizionato e gratuito.

  5. Tesi politica La liberazione richiede insieme infrastrutture materiali e trasformazione del senso comune.

  6. Tesi tecnologica Scienza e tecnica devono servire a ridurre il lavoro necessario e sostenere l’abbondanza condivisa.

  7. Tesi strategica La trasformazione non passa solo per il conflitto istituzionale, ma anche per comunità, consapevolezza, mutuo aiuto e riorganizzazione affettiva dei soggetti.

15. Una presentazione finale del gratuitismo Il gratuitismo è una teoria politico-economica postcapitalista che assume la cura come principio ordinatore della società e la gratuità dei bisogni fondamentali come sua traduzione istituzionale. Nasce dall’incontro tra post-lavorismo accelerazionista e critica antropologica della soggettività competitiva. Interpreta il capitalismo come un sistema che monetizza la sopravvivenza, colpevolizza il bisogno e costringe gli individui a vendere il proprio tempo per vivere. A questa logica oppone una società in cui casa, cibo, utenze, salute, cultura e trasporti siano garantiti incondizionatamente; in cui il lavoro sia una libera attività e non un ricatto; in cui il tempo venga restituito ai soggetti; in cui la ricchezza coincida con la fioritura comune e non con l’accumulazione privata. Il suo orizzonte non è soltanto la redistribuzione, ma una civiltà della cooperazione, dell’abbondanza condivisa e della vita finalmente sottratta al prezzo.

4 months

Volevo condividere una riflessione che mi alberga nella mente da settimane, e che giorno dopo giorno si fa sempre più nitida e presente.

Sappiamo bene che la cura è il grande principio che ci fa da fondamento, al punto che spesso abbiamo scherzato con l’immaginazione di riscrivere l’articolo 1 della nostra Costituzione in: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla cura”. Io stesso, nei miei dialoghi interiori, mi ritrovo a pensare all’anarchia come a un “regno della cura”. È un ossimoro solo apparente: è “regno” perché l’unica vera regola che “comanda” il mondo nell’anarchia è la cura, poiché solo quando è garantita si può realizzare la massima libertà.

Anche sotto una prospettiva deleuziana – il filosofo del desiderio che sta alla base di buona parte dell’accelerazionismo – penso che la piena produzione desiderante sia possibile solo nella cura, attraverso la cura, grazie alla cura.

Ma la cura è prima di tutto una pratica militante, un’attività costante, quotidiana, e anche difficile. Anzi, difficilissima, considerando che siamo cresciute e socializzate in questo mondo così intriso di dominio. Noi non siamo avulse dalle strutture di dominio che vogliamo combattere. La cura è una battaglia quotidiana anche per noi, tra di noi, nelle nostre relazioni più intime.

Faccio questa premessa non per qualche preoccupazione, bensì per l’entusiasmo che mi generano tante nostre vicende interne. Vicende in cui la nostra diversità di pensiero non ha creato fratture, poiché il processo relazionale si è svolto nell’ottica della cura. Anche confronti apparentemente inconciliabili si sono conciliati, pur mantenendo le diversità di prospettive, proprio perché ci siamo volute bene, con cura e senza odio. Abbiamo saputo mettere da parte l’orgoglio perché dall’altra parte ricevevamo cura, e viceversa.

Sono molto felice delle nostre relazioni interne. Tuttavia, ci apprestiamo a breve a diventare molto, molto più numerose. A moltiplicarci e a fondare collettive in tutta Italia, aggregando persone nuove che non conosciamo, con cui sarà difficile riuscire ad avere una relazione di prossimità costante.

Il rischio che i numeri, la complessità del nostro progetto e magari anche alcune emozioni forti possano portare al deterioramento delle nostre relazioni di cura interne è un pericolo che, penso, dobbiamo avere sempre chiaro davanti a noi. Forse è il pericolo più grande per il nostro progetto.

Al punto tale che i principi di cura, e i processi vissuti in quest’ottica, credo (insieme a tante persone con cui ne stiamo parlando) debbano diventare i capisaldi di un “patto relazionale” che faccia da fondamento del nostro Statuto del Partito Capibara.

Tutte noi abbiamo attraversato spazi, centri sociali, collettivi, talvolta partiti. E tutte noi sappiamo quanto è brutto sentirsi inascoltate, ignorati, trattate male, senza cura, in quegli spazi. Soprattutto quando ad animarli, sulla carta, è il desiderio politico di un futuro senza più dominio.

Penso che noi dobbiamo costruire gli anticorpi necessari per difendere e produrre massima cura tra di noi, sempre, senza sosta, con massimo impegno. Questo significa che la cura è una pratica fondamentale in ogni nostra interazione, anche nelle piccole cose.

Ho molta fiducia in noi. E lo dico con le lacrime agli occhi mentre scrivo, perché mai avrei pensato di poter godere, nella mia vita, di una rete di persone così meravigliosamente ricca di cura nel voler cambiare il mondo. Ma penso che proprio per la preziosità del nostro progetto, abbiamo la necessità di “educarci” alla cura, di fornirci strumenti l’un l’altra, di aiutarci reciprocamente e di impegnarci individualmente nel mettere cura anche quando pensiamo che ciò non sia necessario. Soprattutto se pensiamo che ciò non sia necessario.

Un po’ come quando, da corpi socializzati maschi, abbiamo fatto e facciamo lo sforzo di metterci in discussione, combattere l’orgoglio e controllare le nostre emozioni, nel processo di decostruzione e lotta contro la mascolinità che è in noi e con cui siamo stati cresciuti.

Per questo volevo condividere con voi alcuni appunti, alcune “regole di cura” – anzi, preferirei la parola “formule”, perché non mi piacciono le regole – che vorrei provare a sistematizzare. E che vorrei voi poteste integrare, aggiungere, modificare, come se potessimo iniziare insieme a costruire le basi di un patto relazionale di pratiche di cura tra di noi.

I seguenti punti non sono esaustivi, ma sono molto ispirati a una pratica diffusa in Rojava che si chiama Tekmil (letteralmente si traduce “critica e autocritica”, ma la traduzione non è davvero soddisfacente). Si tratta di una pratica che periodicamente le comuni e i collettivi mettono in campo per prendersi cura di sé, affinché la relazione interna sia sempre sana:

  1. La cura sta anche nel come. Quando si discute, spesso non è così importante di cosa si discute, ma il modo in cui ci relazioniamo l’un l’altra durante la discussione.

  2. La forma della comunicazione è la sostanza della comunicazione. La scelta delle parole o il tono possono produrre dolore anche senza la nostra intenzione. Mettiamo massima cura nella forma della nostra comunicazione, anche qui sul SinistraVerso.

  3. Conosciamoci per davvero. Spesso si discute in chat senza essersi conosciutx, dunque senza sapere come le nostre parole potrebbero essere ricevute né come sia il carattere delle persone. Cerchiamo di astenerci da discussioni di questo tipo e rimandiamo sempre a un confronto dal vivo o in chiamata, dove abbiamo più strumenti per prenderci cura.

  4. Accogliamo le critiche. Se una compagna o un compagno ci critica, e se la critica avviene con cura, allora quella critica è un atto di cura verso di noi. Aprirsi all’ascolto e all’accoglienza è faticoso (richiede di mettere da parte l’orgoglio), ma fa bene alla nostra relazione e ci fa evolvere politicamente e personalmente.

  5. Comunicare è importante. Fare una critica a un* compagn* è difficile; spesso si tende a non comunicare per non sembrare fastidios. Ma prendersi cura degl altr* è un atto di responsabilità comune. È sempre importante trovare il coraggio di comunicare. E se la fatica è eccessiva, possiamo comunicare questa difficoltà e darci una mano.

  6. Domande di cura. Durante le nostre conversazioni, anche per iscritto, chiedere se quello che stiamo dicendo sta producendo disagio o dolore è una buona pratica che fa bene alla nostra relazione.

  7. I dialoghi individuali fanno bene. Nel momento in cui ho il dubbio che vi sia un attrito tra me e un* compagn*, non ho più alcun dubbio: una comunicazione di chiarimento, se possibile intima e individuale, aiuta a fortificare i nostri legami. A volte anche un messaggio o un vocal possono fare tanto.

  8. Mai tappare le ali. A volte un commento o una critica, anche in buona fede, possono produrre inibizione nella persona che li riceve, al punto che la prossima volta potrebbe auto-astenersi dal prendere spazio, limitando la propria creatività. Vigiliamo sul nostro comportamento affinché questo non succeda. La nostra creatività è una ricchezza meravigliosa.

  9. Comunichiamo come ci sentiamo. A volte le emozioni ci sovrastano e rischiamo di rovesciarle addosso alle persone intorno a noi, inintenzionalmente, e questo può fare male. Piuttosto, impegniamoci a comunicare esplicitamente le emozioni che stiamo provando.

Concludo dicendo che vi voglio un bene immenso. E sono un gran preso bene di quello che stiamo costruendo. Se sapremo mantenere la massima attenzione sui processi di cura interni, sono sicuro che il nostro progetto non ha alcuna possibilità di arenarsi a metà strada. Vvb <3

  • Ciao scusa se mi permetto di fare questo commento, non ci siamo mai conosciut3 quindi non so se il tono del tuo commento fosse inintenzionale. Solo sento la necessità di raccomandarci sempre alla massima cura, quando ci rivolgiamo l’unx all’altrx, in primis e soprattutto quando non ci conosciamo. Una cura che invada sia la forma che la scelta delle parole. Sicuramente la correzione linguistica a “chiedeteci le domande” è opportuna, ma il tono con cui ci rivolgiamo l’unx all’altrx è essenziale. Soprattutto se condividiamo il progetto politico di costruzione di una società fondata sulla cura, è fondamentale che mettiamo cura tra di noi in tutte le cose, anche e soprattutto nei minimi e piccoli gesti. Spero tu possa accogliere questo mio commento, grazie! 🌸

  • Innanzitutto bisogna ragionare di capitale, di stock, di patrimonio, di ricchezza accumulata, e non di reddito, non di flusso, proprio come ci ripete sempre Luigi Corvo. La vera disuguaglianza si accumula, anno dopo anno, mentre la disuguaglianza reddituale è solo quella registrata in un singolo anno solare.

    Per far volare qualche numero, guardiamo al gettito di un’imposta del 100% oltre la soglia di 6,66 milioni di euro. Ferrero ha 40 miliardi, questo significa che dovrà restituire 39,994 miliardi di euro, stiamo parlando del 99,99999% del suo patrimonio. Quanto è il gettito complessivo? Dati alla mano, sappiamo che in Italia il totale del patrimonio finanziario nazionale è 6.200 miliardi e che il 47% di questo è detenuto dall’1% più ricco (in termini di mero patrimonio finanziario). Più precisamente, si tratta di 457.000 milionari dal punto di vista finanziario, che detengono il 47% di 6.200 miliardi, ovvero 2.914 miliardi di euro. Di questi 457.000, 2.300 sono le persone che hanno ognuna più di 100 milioni di euro di patrimonio finanziario. Poi ci sono 13.700 persone che hanno tra 20 e 100 milioni a testa. E poi ci sono 441.000 persone che hanno tra 1 e 20 milioni.

    Quanto sarebbe il gettito complessivo dell’imposta del 100% oltre i 6,66 milioni di patrimonio? Il calcolo è prudenziale perché i dati che qui ho riportato sono solo relativi alla ricchezza finanziaria, che è la metà della ricchezza complessiva. Il risultato è che il gettito minimo sicuro in termini di ricchezza finanziaria sarebbe di 1.500 miliardi di euro, pari al 25% del patrimonio finanziario complessivo. Si tratta di un calcolo prudenziale, molto probabilmente sarà il 35%. Questo significa che, solo mantenendo lo sguardo sul patrimonio finanziario, un tetto massimo a 6,66 milioni di euro porterà senza dubbio almeno il 35% della ricchezza finanziaria nelle meni dello Stato, di fatto spostando titoli in mano allo Stato, come ai tempi dell’IRI che negli anni che furono deteneva il 35% del patrimonio azionario complessivo e si trattava della più grande partecipazione pubblica d’impresa d’Europa dopo l’Unione Sovietica. Quindi sono stra d’accordo con te sul fatto che dobbiamo rifondare l’IRI: io lo chiamerei ITI (Istituto di Transizione Industriale), poiché dovrà occuparsi di fare la transizione energetica.

    Questo è solo un esempio rappresentativo, però detta in maniera semplice per rispondere al tuo dubbio --> i soldi si trovano dalle tasche dei ricchi.

    Dopodiché sono d’accordo sul fatto che dobbiamo pianificare con precisione tutto. Ora ho lanciato qualche numero, ma la riforma fiscale verrà scritta nel dettaglio e sarà un capolavoro tecnico, arriveremo a definire tutto nei dettagli, ma non penso che ci sia da avere dubbi. Viviamo nella società più abbondante della storia umana. Se guardiamo alla quantità di cibo, di case, all’energia pulita che potenzialmente potremmo produrre, a quanto costerebbe rendere gratis i treni (spoiler: solo 8 miliardi di euro all’anno), si capisce subito quanto l’incredulità verso il programma del partito capibara sia dovuto al realismo capitalista imperante intorno a noi, più che a elementi oggettivi. Stando alla realtà oggettiva, noi viviamo già nella piena automazione e quello che vogliamo noi è rendere gratuiti solo i bisogni di base, manco tutti i bisogni (per adesso eheh).

  • Hai scritto: “far crescere la filiera dell’idrogeno con la stessa velocità dell’installazione delle rinnovabili è impensabile”. Perché? Nel senso, noi siamo accelerazionist3, siamo letteralmente la rottura di qualsiasi imperturbabilità del presente. Crediamo che la realtà possa essere plasmata dai nostri sogni, senza alcun limite. Cosa rende questo piano così impossibile? Cosa ci impedisce di elettrificare tutto a bassa intensità, con produzione e utilizzo decentrati, utilizzando l’idrogeno come stoccaggio e le rinnovabili come produzione, al punto da ottenere piena indipendenza energetica? Cosa ci impedisce di fare questo piano energetico nazionale?

    Sul discorso culturale mi riferivo al nucleare. Culturalmente, la maggior parte delle persone non vuole il nucleare. Ne è spaventata, per motivi storicamente determinati e culturalmente sedimentati. Gravi incidenti del passato ci hanno spinto a rifiutarlo, pure quando è stato proposto con un referendum. Recenti proposte (come quella della destra di fare una centrale nucleare a Marghera) ci agghiacciano quando le sentiamo (io sto a Padova). Quando si affronta il tema di scegliere una tecnologia, il discorso non è mai solo “scientifico” nel senso di una scienza che è oggettiva, razionale e verticalmente calata dall’alto. Ogni scelta è il frutto di mediazioni su diversi fronti. La paura di scorie, grandi centrali, possibili incidenti ed eventualmente anche di essere bombardati su una centrale nucleare, sono sì fattori meramente culturali, ma non per questo non meritevoli di attenzione.

  • Io sto lavorando alla REPA sulla transizione economica insieme a Lore, che non so come taggare purtroppo. Ti va di partecipare? Personalmente non escludo il tema dell’energia nucleare, ma con alcune precisazioni fondamentali di questa tecnologia:

    1. è ancora un po’ futuribile
    2. produce grandi quantità in poche giganti centrali
    3. culturalmente presenta della avversità

    Detto questo, rimane un ambito scientifico che esplorerei nella ricerca senza alcun limite. Tuttavia porto anche delle considerazioni geopolitiche/di sicurezza nazionale. Il capitalismo tende a preferire grandi monopoli energetici, perché sottostanno facilmente alla sua struttura gerarchica e centralizzata. Al contrario, non sopporta sistemi free e decentrati, come ad esempio i server di internet per come sono stati pensati negli USA e in Europa.

    Da questo punto di vista, guardo con interesse al discorso di una elettrificazione totale dell’Italia (e dell’Europa), superando totalmente il sistema dell’automobile --> un servizio di trasporto pubblico ecologico ed automatizzato, estremamente capillare, e giusto qualche car sharing pienamente automatizzato per tratte residuali. Tutto elettrico. Questo eliminerebbe il tema delle batterie delle automobili, perché i tram e i treni stanno direttamente connessi alla rete.

    Come sistema di accumulazione possiamo basarci sull’idrogeno, che è l’elemento più diffuso dell’universo e ha del potenziale scientifico che ancora non possiamo immaginare. In più il nostro Paese (e in generale l’Europa) ha il più moderno sistema di metanodotti che potrebbe essere impiegato per trasportarci l’idrogeno (SNAM ha già dimostrato questa possibilità qualche anno fa).

    L’elettricazione a sua volta si distingue tra corrente ad alta e bassa tensione. L’alta tensione è prodotta di grandi centrali che danno energia a grandi aree, ma con perdite del 7% nel tragitto nella rete. È una tecnologia centralizzata. Se arrivasse una guerra e tagliasse in due il territorio questo porterebbe a tagliare infrastrutture a buona parte dei territori. La bassa tensione invece è prodotta da piccole centrali capillarmente distribuite, “comunità solari” come racconta questo esperto (che inviteremo presto nella REPA): https://www.facebook.com/share/1CeaQ3uZsc/

    Nel tuo post ti sentivo scetticx nei confronti delle energie rinnovabili, hai detto “per impossibilità di installazione infinitamente scalabile di sistemi di accumulo”. Vorrei capire di più le tue criticità. Davvero non credi che potremmo fare tutto elettrificato con idrogeno come “batteria”? Il rinnovabile costa un terzo rispetto al fossile, potremmo a grandi linee ridurre la spesa in energia da 300 miliardi a 100 miliardi di euro all’anno, dal 15% al 5% del pil, se i dati non mi tradiscono. E potremmo avere tutto in casa --> zero dipendenza dall’esterno.

5 months

Alcuni appunti di una chiaccherata sul gratuitismo:

Cos’è il Gratuitismo Il gratuitismo è una proposta politica e filosofica radicale che immagina una società post-monetaria, fondata sulla gratuità universale e sulla cura come principio organizzativo fondamentale.

  1. Principio Fondamentale Gratuità dei bisogni primari: afferma il diritto gratuito ai bisogni fondamentali comuni (cibo, acqua, casa, salute, istruzione, energia).

Fondamento: questo diritto è reso possibile dall’abbondanza di risorse prodotta dalla società contemporanea.

Orizzonte storico: la gratuità dei beni di base è il primo passo verso un’evoluzione più ampia: una società in cui tutto è gratuito.

  1. Obiettivo finale: un nuovo salto di specie abolizione della moneta: La gratuità generalizzata rende superfluo il denaro.

Liberazione del tempo e delle passioni: senza la necessità di lavorare per vivere, gli individui sono liberi di esprimersi, creare e coltivare le proprie passioni.

Nuovo spirito comunitario: si supera l’individualismo per riscoprire una dimensione collettiva e cooperativa dell’esistenza.

  1. Un’idea pratica per immaginare il futuro il gratuitismo non è solo un’utopia astratta, ma un criterio concreto per progettare e costruire fin da subito alternative al sistema attuale.

  2. Impatti e conseguenze sociali Il gratuitismo si propone come una soluzione sistemica a tutti i problemi, come:

Risoluzione della povertà: garantendo l’accesso ai beni essenziali.

Tutela della salute mentale: rimuovendo lo stress e l’ansia legati alla sopravvivenza economica e alla competizione.

etc.

  1. Il gratuitismo vs. la meritocrazia Antitesi della meritocrazia: il gratuitismo rifiuta il principio che l’accesso alle risorse debba essere “meritato”.

Diritto universale: il suo assunto di base è che nessuno “non se lo merita”: tutt3, per il solo fatto di esistere, hanno diritto alla cura e ai mezzi per vivere bene.

  1. Il cuore del progetto: la società della cura Il punto culminante e più profondo del gratuitismo è la realizzazione piena della società della cura.

La gratuità come cura universale: offrire beni e servizi gratuitamente è la manifestazione pratica e concreta del principio della cura, esteso a tutta la comunità e a ogni individuo.

Che ne pensate? Cosa aggiungereste?

5 months

raga, mi servono consigli per la sitemap del sito web del partito capibara. Immagino una pagina “PARTECIPA” che ha i seguenti punti:

  1. ADERISCI AL PARTITO
Testo breve: La nostra presenza alle elezioni del 2027 dipende da te. Iscriviti ora per dare il tuo sostegno: raccoglieremo 120.000 firme e trasformeremo la credenza collettiva in potenza politica. Ti ricontatteremo non appena partirà la campagna di raccolta firme ufficiale.
Azione: [Pulsante] Pre-iscriviti via mail

  2. FONDA UNA COLLETTIVA
Testo breve: Se in una piazza, una città o un quartiere vuoi diventare presidio del gratuito, fonda una collettiva. Sarete il nodo locale della nostra rete, punto di riferimento per diffondere l’immaginario gratuitista e organizzare iniziative. Azione: [Pulsante] Scrivici per avviare una Collettiva
Contatto: collettive@partitocapibara.it

  3. DIFFONDI IN AUTONOMIA
Testo breve: Non aspettare. Scarica il kit di propaganda, stampa i manifesti, condividi i meme, parla con chi hai intorno. Ogni persona che convince è una breccia nel realismo capitalista. Il passaparola è la nostra leva più potente.
Azione: [Pulsante] Scarica il kit propaganda

  4. PARTECIPA ALLE REPA
Testo breve: Le Reti di Progettazione Aperte sono tavoli di lavoro aperti e open source. Se hai competenze (economia, sanità, giustizia, urbanistica…) o semplicemente un’immaginazione che vuole andare oltre l’esistente, entra nelle REPA. Aiutaci a tradurre l’utopia in disegni di legge. Azione: [Pulsante] Scrivici per entrare in una REPA
Contatto: repa@partitocapibara.it

  5. ORGANIZZA UN EVENTO
Testo breve: Vuoi organizzare un incontro pubblico, una presentazione, un dibattito? Contattaci per costruire insieme un momento di confronto. Portiamo il programma, le idee e l’immaginario gratuitista dove c’è voglia di ascoltare. Azione: [Pulsante] Richiedi un evento
Contatto: eventi@partitocapibara.it

  6. PARLA DI NOI
Testo breve: Sei un giornale, un media o unx creator? Vuoi approfondire, intervistarci, raccontare il progetto? Siamo aperte al confronto con chi vuole dare spazio a un’idea che irrompe nel dibattito pubblico.
Azione: [Pulsante] Contatta l’ufficio stampa
Contatto: media@partitocapibara.it

  7. ENTRA IN CONTATTO (MOVIMENTI) Testo breve: Se fai parte di un movimento, un collettivo, un’associazione o una realtà organizzata e vuoi costruire un dialogo, scrivici. Crediamo che la trasformazione si costruisca mettendo in connessione le lotte.
Azione: [Pulsante] Avvia un dialogo Contatto: dialogo@partitocapibara.it

DOVE SIAMO
Testo breve: Il Partito Capibara è già attivo in diverse città. Cerca la Collettiva più vicina a te o segnala che nel tuo territorio non c’è ancora nessuno: potresti essere tu a fondarla. [MAPPA DELL’ITALIA]
Con icone che indicano le città con Collettive attive.
Sotto la mappa, un piccolo elenco testuale delle città (es. Milano, Torino, Roma, etc.). Azione sotto la mappa: [Pulsante] La tua città non c’è? Fondala tu.
(collegamento al punto 2 “Fonda una Collettiva”)

5 months

Ciao raga, con una coppia di compagn3 che autogestiscono lo spazio popolare Anna Campbell a Pesaro, abbiamo messo in piedi per questo sabato un piccolo raduno pesarese.

Alle 19:00 ci troviamo per fare apericena vegano insieme e per conoscerci. È una chiamata a tutte le persone che sono in zona e che si ritrovano nella nostra causa, a radunarci e stare insieme. Poi alle 21:00 proietteremo “We are making a film about Mark Fisher”, il nuovo film su Mark Fisher, per poi fare un piccolo cerchio di dibattito e riflessione.

Giuseppe e Giuseppina all’Anna Campbell sono una mega potenza gratuitista. Sposano il concetto da molti anni, mi hanno personalmente molto influenzato in questa direzione tanto tempo fa. Lì da loro c’è questo “negozio gratis” (si chiama proprio così) in cui tutte le persone portano gratis le cose che non vogliono più avere, e altre possono venirle a prendere gratis. Sono persone ricchissime di cura e nel cui petto pulsa tantissima utopia. Sono molto felice che siano cariche anche loro per il nostro progetto.

Se conoscete persone di Pesaro girate loro questa info, ora faccio un post anche sui social mainstream.

Sono convinto che più occasioni (anche semplici, facili, arrangiate all’ultimo) mettiamo in piedi per “radunare ciò che è sparso”, e più ci moltiplichiamo. Le persone intorno che credono in un futuro gratuitista/postlavorista/accelerazionista sono milioni!!

  • Figa l’idea dei commons psicoattivi. Nel “piano nazionale dei centri sociali” avevo previsto (usando un nome un po’ simpatico) la DROGANDA: spazi sociali autogestiti in cui poter sperimentare ed esplorare con cura, responsabilità e consapevolezza le sostanze. I commons psicoattivi potrebbero essere delle articolazioni dell’Autorita Indipendente per le Sostanze Alteranti, che si occupano di produrre sapere e strumenti che poi, a cascata, inondano le “drogande” permettendo sui territori un utilizzo e consumo responsabile e sano delle sostanze.

    PS: questa REPA sta procedendo alla grande!!

6 months

raga, sto buttando giù una struttura del “documento programma”. Trattandosi di un documento che serve scrivere, ma che in qualunque versione la scriviamo non potrà mai arrivare a raccogliere proprio TUTTI i punti del programma (perlomeno in questa primissima versione embrionale, perché il programma è sempre in evoluzione e questa è solo la versione 0), dopo essere rimasto un po’ di fronte al foglio bianco a grattarmi la testa ho pensato a qualcosa che potesse essere stimolante tanto nella presentazione del contenuto, quanto del mezzo/del formato. Vi immaginate delle carte-programma del partito capibara? Con la gente che se le porta in giro per propagandare al bar con lu amicu e iperstizionare i punti del programma.

Fatemi sapere che ne pensate dell’indice. Oltre ai 3 pilastri fondamentali, le REPA effettivamente aperte a oggi sono queste, e di ognuna abbiamo un livello di dettaglio delle proposte differenziato, fino al caso della REPA sulla salute in cui abbiamo 4 pagine di rivendicazioni tecniche.

Mi immagino questo programma come la versione 1.0. Mano a mano che le REPA vanno avanti, il programma si arricchisce e si modifica, espandendosi, con sempre più persone che collaborano fino a riformare ogni aspetto della nostra società.

miao bau

Moderates