Volevo condividere una riflessione che mi alberga nella mente da settimane, e che giorno dopo giorno si fa sempre più nitida e presente.
Sappiamo bene che la cura è il grande principio che ci fa da fondamento, al punto che spesso abbiamo scherzato con l’immaginazione di riscrivere l’articolo 1 della nostra Costituzione in: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sulla cura”. Io stesso, nei miei dialoghi interiori, mi ritrovo a pensare all’anarchia come a un “regno della cura”. È un ossimoro solo apparente: è “regno” perché l’unica vera regola che “comanda” il mondo nell’anarchia è la cura, poiché solo quando è garantita si può realizzare la massima libertà.
Anche sotto una prospettiva deleuziana – il filosofo del desiderio che sta alla base di buona parte dell’accelerazionismo – penso che la piena produzione desiderante sia possibile solo nella cura, attraverso la cura, grazie alla cura.
Ma la cura è prima di tutto una pratica militante, un’attività costante, quotidiana, e anche difficile. Anzi, difficilissima, considerando che siamo cresciute e socializzate in questo mondo così intriso di dominio. Noi non siamo avulse dalle strutture di dominio che vogliamo combattere. La cura è una battaglia quotidiana anche per noi, tra di noi, nelle nostre relazioni più intime.
Faccio questa premessa non per qualche preoccupazione, bensì per l’entusiasmo che mi generano tante nostre vicende interne. Vicende in cui la nostra diversità di pensiero non ha creato fratture, poiché il processo relazionale si è svolto nell’ottica della cura. Anche confronti apparentemente inconciliabili si sono conciliati, pur mantenendo le diversità di prospettive, proprio perché ci siamo volute bene, con cura e senza odio. Abbiamo saputo mettere da parte l’orgoglio perché dall’altra parte ricevevamo cura, e viceversa.
Sono molto felice delle nostre relazioni interne. Tuttavia, ci apprestiamo a breve a diventare molto, molto più numerose. A moltiplicarci e a fondare collettive in tutta Italia, aggregando persone nuove che non conosciamo, con cui sarà difficile riuscire ad avere una relazione di prossimità costante.
Il rischio che i numeri, la complessità del nostro progetto e magari anche alcune emozioni forti possano portare al deterioramento delle nostre relazioni di cura interne è un pericolo che, penso, dobbiamo avere sempre chiaro davanti a noi. Forse è il pericolo più grande per il nostro progetto.
Al punto tale che i principi di cura, e i processi vissuti in quest’ottica, credo (insieme a tante persone con cui ne stiamo parlando) debbano diventare i capisaldi di un “patto relazionale” che faccia da fondamento del nostro Statuto del Partito Capibara.
Tutte noi abbiamo attraversato spazi, centri sociali, collettivi, talvolta partiti. E tutte noi sappiamo quanto è brutto sentirsi inascoltate, ignorati, trattate male, senza cura, in quegli spazi. Soprattutto quando ad animarli, sulla carta, è il desiderio politico di un futuro senza più dominio.
Penso che noi dobbiamo costruire gli anticorpi necessari per difendere e produrre massima cura tra di noi, sempre, senza sosta, con massimo impegno. Questo significa che la cura è una pratica fondamentale in ogni nostra interazione, anche nelle piccole cose.
Ho molta fiducia in noi. E lo dico con le lacrime agli occhi mentre scrivo, perché mai avrei pensato di poter godere, nella mia vita, di una rete di persone così meravigliosamente ricca di cura nel voler cambiare il mondo. Ma penso che proprio per la preziosità del nostro progetto, abbiamo la necessità di “educarci” alla cura, di fornirci strumenti l’un l’altra, di aiutarci reciprocamente e di impegnarci individualmente nel mettere cura anche quando pensiamo che ciò non sia necessario. Soprattutto se pensiamo che ciò non sia necessario.
Un po’ come quando, da corpi socializzati maschi, abbiamo fatto e facciamo lo sforzo di metterci in discussione, combattere l’orgoglio e controllare le nostre emozioni, nel processo di decostruzione e lotta contro la mascolinità che è in noi e con cui siamo stati cresciuti.
Per questo volevo condividere con voi alcuni appunti, alcune “regole di cura” – anzi, preferirei la parola “formule”, perché non mi piacciono le regole – che vorrei provare a sistematizzare. E che vorrei voi poteste integrare, aggiungere, modificare, come se potessimo iniziare insieme a costruire le basi di un patto relazionale di pratiche di cura tra di noi.
I seguenti punti non sono esaustivi, ma sono molto ispirati a una pratica diffusa in Rojava che si chiama Tekmil (letteralmente si traduce “critica e autocritica”, ma la traduzione non è davvero soddisfacente). Si tratta di una pratica che periodicamente le comuni e i collettivi mettono in campo per prendersi cura di sé, affinché la relazione interna sia sempre sana:
-
La cura sta anche nel come. Quando si discute, spesso non è così importante di cosa si discute, ma il modo in cui ci relazioniamo l’un l’altra durante la discussione.
-
La forma della comunicazione è la sostanza della comunicazione. La scelta delle parole o il tono possono produrre dolore anche senza la nostra intenzione. Mettiamo massima cura nella forma della nostra comunicazione, anche qui sul SinistraVerso.
-
Conosciamoci per davvero. Spesso si discute in chat senza essersi conosciutx, dunque senza sapere come le nostre parole potrebbero essere ricevute né come sia il carattere delle persone. Cerchiamo di astenerci da discussioni di questo tipo e rimandiamo sempre a un confronto dal vivo o in chiamata, dove abbiamo più strumenti per prenderci cura.
-
Accogliamo le critiche. Se una compagna o un compagno ci critica, e se la critica avviene con cura, allora quella critica è un atto di cura verso di noi. Aprirsi all’ascolto e all’accoglienza è faticoso (richiede di mettere da parte l’orgoglio), ma fa bene alla nostra relazione e ci fa evolvere politicamente e personalmente.
-
Comunicare è importante. Fare una critica a un* compagn* è difficile; spesso si tende a non comunicare per non sembrare fastidios. Ma prendersi cura degl altr* è un atto di responsabilità comune. È sempre importante trovare il coraggio di comunicare. E se la fatica è eccessiva, possiamo comunicare questa difficoltà e darci una mano.
-
Domande di cura. Durante le nostre conversazioni, anche per iscritto, chiedere se quello che stiamo dicendo sta producendo disagio o dolore è una buona pratica che fa bene alla nostra relazione.
-
I dialoghi individuali fanno bene. Nel momento in cui ho il dubbio che vi sia un attrito tra me e un* compagn*, non ho più alcun dubbio: una comunicazione di chiarimento, se possibile intima e individuale, aiuta a fortificare i nostri legami. A volte anche un messaggio o un vocal possono fare tanto.
-
Mai tappare le ali. A volte un commento o una critica, anche in buona fede, possono produrre inibizione nella persona che li riceve, al punto che la prossima volta potrebbe auto-astenersi dal prendere spazio, limitando la propria creatività. Vigiliamo sul nostro comportamento affinché questo non succeda. La nostra creatività è una ricchezza meravigliosa.
-
Comunichiamo come ci sentiamo. A volte le emozioni ci sovrastano e rischiamo di rovesciarle addosso alle persone intorno a noi, inintenzionalmente, e questo può fare male. Piuttosto, impegniamoci a comunicare esplicitamente le emozioni che stiamo provando.
Concludo dicendo che vi voglio un bene immenso. E sono un gran preso bene di quello che stiamo costruendo. Se sapremo mantenere la massima attenzione sui processi di cura interni, sono sicuro che il nostro progetto non ha alcuna possibilità di arenarsi a metà strada. Vvb <3




