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Cake day: October 28th, 2025
  • Ciao, sono andato a leggere anch’io il testo che citi e devo dire che capisco perfettamente e condivido le tue perplessità in merito. Certamente è un testo iperbolico, ma trovo che questo tipo di iperbole rappresenti una visione parziale del mondo, non assegnando un ruolo, in questo futuro immaginato, al valore della materia prima, cioè le risorse di cui l’ecosistema, nel suo fragile equilibrio, dispone. Dico questo perché trovo legittimo immaginare un mondo senza moneta, slegato da un concetto di merito per il quale l’esistenza degli esseri umani nella società sia qualcosa che va “guadagnato” (che mi sembra un po’ il senso del testo in questione), ma, seppure questo è reso fattibile dall’automazione e dalla tecnologia, il gratuitismo che immagino io è un mondo in cui la produzione di merci, e quindi il consumo di materie prime, è accessibile a tuttə non perché il mondo è preso dalla follia della sovrapproduzione tecnologica, ma perché, slegata dalle logiche capitalistiche e neoliberiste, la produzione non sarà più una folle corsa alla crescita, causa di consumo, spreco e distruzione, ma un’opera di mantenimento dell’equilibrio tra ecosistemi interconnessi tra loro, e quindi, in questo senso, precisamente “più equa”, perché votata all’equilibrio e non al dominio. La tecnologia che immagino io non è una tecnologia che viene a colonizzare la nostra esperienza sensoriale, esteticamente aggressiva, ostentata, come fosse qualcosa che ha valore di per sé, ma una tecnologia presente solo dove e quando serve, funzionale e discreta. Quello che mi sembra mancare in questo testo è il concetto chiave in cui si innerva il gratuitismo, e cioè il concetto di Cura, che è un concetto relazionale, per cui anche la parola “lavoro” trova la sua risignificazione attraverso la cooperazione, la relazione e la mutualità. Cura come “mammiferanza”, in opposizione semantica al “patriarcato”, a al sistema oppressivo a cui questo da luogo nelle sue molteplici forme. Per me il Gratuitismo è soprattutto questo, ma non ho il minimo dubbio rispetto al fatto che tuttə qui dentro (nel sinistraverso o più in generale nel cerchio che si sta formando intorno a questo nuovo modo di immaginare il futuro) condividono la lotta per un mondo giusto che restituisca dignità ad ogni essere vivente nel rispetto pieno del nostro ecosistema.

Ho cercato di immaginare i passi operativi da compiere per formalizzare la candidatura della lista del Partito Capibara alle elezioni, provando a tenere in considerazione gli strumenti in nostro possesso al momento e le caselle da spuntare nel nostro inventario, e lo ho fatto immaginando il percorso a ritroso partendo dal traguardo finale.

Temo di perdermi in chiacchiere, perciò sarò schematico.

Per presentare la lista servono 3 cose:

  1. il Logo
  2. il Programma
  3. Le Firme

Il logo e il programma sono in fieri (REPA), le firme andranno raccolte quando verrà fondato il Partito Capibara.

Per fondare il partito non serve altro che lo Statuto.

Lo Statuto consiste

  • nell’enunciazione dei nostri principi e
  • nella descrizione della nostra organizzazione (scopi e struttura).

I principi sono:

  • Il gratuitismo (gratuità dei 6 bisogni primari per liberare il tempo delle persone) e
  • l’intersezionalità (lotta al sistema oppressivo patriarcale in tutte le sue forme).

L’organizzazione è, di fatto, già in piedi e la si può descrivere così: usiamo le REPA su piattaforme FOSS nel rispetto dei principi dell’organizzazione.

In questo schema REPA Gratuitismo e REPA Organizzazione forniscono la base teorica dello Statuto.

La REPA programma raccoglie i risultati delle REPA sulle singole riforme (economica, sanitaria ecc…)

La REPA Organizzazione ha il compito cruciale di rendere le REPA stesse accessibili sia in lettura che in scrittura attraverso l’infrastruttura digitale (questo è un tema importante: chi cerca le REPA deve poterle trovare facilmente, il lavoro del gruppo deve produrre degli output facilmente consultabili, partecipare ad una REPA deve essere facile, l’unico prerequisito per farne parte è la partecipazione attiva nel rispetto del valore della Cura intersezionale)

Le REPA non sono solo il nostro strumento di lavoro principale, ma sono una precisa scelta politica che si attualizza e prende la forma di metodo e prassi cooperativa, è fondamentale, secondo me, continuare a radunare menti che si mettano al lavoro con noi. A tal proposito Nat dice, secondo me molto giustamente: “Credo sia quindi fondamentale iniziare a costruire queste RETI di progettazione insieme a università, associazioni, ecc… e il primo passo potrebbe essere fare una MAPPATURA delle realtà che potenzialmente possono collaborare per ogni REPA”.

I temi sono tanti, spero che questo post possa fornire degli spunti.

Hasta Gratis!

  • per quanto riguarda inizio giugno potremmo probabilmente appoggiarci alla Snia, ma alcune date sono già prese, nei prossimi giorni capiamo la disponibilità.

Grazie all’attuale disponibilità dei tool generativi molte persone si trovano ad utilizzarli per realizzare cose che prima non avrebbero saputo o potuto realizzare e, naturalmente, questo innesca un ragionamento sul significato di arte e, intrinsecamente, sul gatekeeping. Come era facile aspettarsi, essendo l’architettura stessa di questi nuovi strumenti perfettamente compatibile col mercato, e proprio in ragione di questa compatibilità è stato possibile svilupparli, il mercato già si muove in quella direzione, manifestando proposte di “gamificazione” della musica, per rendere l’esperienza musicale accessibile a un nuovo tipo di consumo (https://m.youtube.com/watch?v=U8dcFhF0Dlk Riassunto: il tentativo è di ridurre il fare musica a una ‘user experience’, trattando il tempo e lo struggle dello stare a produrla come non produttivo e banalmente un pessimo ritorno di investimento.

SFRUTTAMENTO DEL NUOVO MEDIA PER AMPLIARE LO SPETTRO DEI POTENZIALI UTILIZZI COMMERCIALI

Un punto cruciale riguarda la fallacia dell’idea che il tempo utilizzato per la produzione artistica e creativa sia un tempo perso, che, semplicemente, ti allontana dal raggiungimento dello scopo finale (il prodotto); quest’idea, infatti, è in netto contrasto con l’esperienza individuale, in cui la fase di creazione è un tempo di qualità, è parte essenziale del processo, sia esso “finalizzato” a soddisfare un’esigenza creativa momentanea o la realizzazione di un prodotto artistico vero e proprio. Questo nuovo modo di sfruttare la produzione creativa da parte dell’industria, che non si limita a immaginare nuovi prodotti (che siano video, immagini, musica creati tout court dai sowftware generativi o prodotti che richiedono l’utilizzo dei software come strumento alternativo/ulteriore nella produzione creativa), ma preconizza la nascita di configurazioni di utilizzo fino ad ora sconosciute (la “gamificazione” della produzione e dell’industria musicale), è peculiare del sistema neoliberista, ma evidenzia il fatto che il nuovo strumento porta, di per sé, a dover operare una reinterpretazione semantica del messaggio che veicola. I nuovi strumenti, infatti, incidono sull’opera e sul processo creativi tanto quanto il web ha inciso sui media tradizionali e il digitale sull’analogico, non solo aumentando la platea dei fruitori, ma operando una modifica dei codici di comprensione dei nuovi prodotti (il medium serve a veicolare il messaggio, ma, al tempo stesso il messaggio deve adattarsi al nuovo medium e ai nuovi contesti di diffusione del messaggio). Il sistema neoliberista costruisce su questo le sue nuove architetture di sfruttamento, in maniera direi “laica” rispetto alla questione se questi nuovi mezzi impongano una riflessione sul concetto di Arte oppure no, almeno finché questo non si sia eventualmente sviluppato in un mercato; il contrasto al sistema, io credo, passa attraverso un approccio speculare, altrettanto “laico” rispetto alla questione del concetto di Arte, e concentrato, piuttosto, sulla conoscenza del mezzo che veicola nuovi tipi di messaggi e stimola nuovi processi creativi. Per quanto riguarda l’Arte e cosa essa rappresenti, tanto per chi la produce che per chi ne fruisce, oltre all’esperienza musicale di Brian Eno, rispetto al superamento dell’idea che il virtuosismo e la tecnica debbano costituire un elemento essenziale del prodotto artistico, molti altri esempi nella storia dell’arte, anche antecedenti a Duchamp e i suoi ready-made, testimoniano come la pratica artistica possa essere completamente slegata dall’abilità tecnica. Ciò non significa che la pratica di produrre qualcosa grazie a una propria competenza e padronanza del mezzo sia qualcosa che non ha valore a livello individuale, significa, probabilmente, che ci attendiamo una qualche gratificazione personale dallo “sforzo” di realizzare qualcosa di “difficile”, e che questo ci venga riconosciuto, ma significa anche che la componente “tecnica” è solo una delle possibili componenti del processo creativo ed ha un valore variabile in funzione delle inclinazioni di ciascuno. La capacità dell’osservatore di riconoscere il valore del processo creativo messo in campo dipende dalla competenza dell’osservatore e dal contesto, il quale, idealmente, è comune a mittente e destinatario, perciò io credo che i nuovi strumenti generativi siano un nuovo strumento e non un sostituto degli strumenti disponibili fino ad ora (un blog, un podcast, non sostituiscono un libro, un video non sostituisce una foto, una foto non sostituice un dipinto ad olio ecc…), e credo che vadano conosciuti e sperimentati, e la competenza sia essenziale per non lasciare abbandonato al sistema il nuovo contesto che si sta sviluppando, per saperlo leggere e per saperci scrivere.

Il concetto di gerarchia suscita sempre un discreto dibattito, che si articola tra rifiuto dell’imposizione dall’alto e necessità di strutturare e organizzare la prassi politica, tra verticalismo e orizzontalismo come visioni contrapposte e alternative. Il tema è stato affrontato in diverse occasioni di confronto e anche qui => https://sinistraverso.org/post/136 Quello che sembra emergere è che, nel momento in cui per gerarchia intendiamo struttura e organizzazione, le differenze di vedute sfumano fino ad avvicinarsi alla convergenza, fermo restando che diverse visioni continuano ad affacciarsi nel dibattito ogni volta che se ne parla. La domanda è “Abbiamo bisogno di una gerarchia?” e, in caso di risposta affermativa, che tipo di gerarchia?

  • Condivido il discorso sulla diffusione del messaggio, ma non condivido il discorso sulla paura, e forse immagino che un’iniziale ostacolo semantico non pregiudichi la capacità del contenuto di manifestarsi, magari ancora più incisivamente, una volta destata la curiosità, perché i due termini sono visti, secondo il teorema dominante, come in contrapposizione, creando un vuoto da esplorare. Io, ma questa è un’annotazione personale a margine, quando ho trovato i video di questo matto che parlava di “comunismo di lusso” sono rimasto folgorato.

  • Per me l’associazione comunismo e lusso è potente. Di per sé spiazza e forza a riflettere. Io credo che dobbiamo definirci esattamente per quello che siamo e non come immaginiamo che potrebbe piacere a chi non è come noi. Se il partito è memetico e serve a svegliare le coscienze non vedo alcun motivo per usare “cautele” nel definire noi stessi. Non avere paura di definirci comunisti di lusso comporta anche che non dovremo difenderci dall’accusa di essere comunisti, che, come si sa, è la prima e più efficace forma di attacco della destra, quando, invece di portare avanti le tue idee, devi passare il tempo a giustificare quello che sei.

  • Non capisco bene cosa intendi dire rispetto alla decadenza della civiltà occidentale in relazione al discutere l’esistenza di Dio, e comunque non sono convinto che sia la sola società occidentale a interrogarsi sulla divinità: credo che sia qualcosa di profondamente legato alla dimensione umana personale, e affermare di sapere cosa mettono o non mettono in discussione le “altre” civiltà (cioè chi viene da visioni del mondo completamente diverse dalla nostra, come hai tu stesso scritto) sia una presa di posizione tanto netta da escludere la complessità di cui ogni società è espressione. Ma, al netto di questo, hai centrato il nucleo del problema: il Dio a cui mi riferisco è quello proposto dalle religioni abramitiche, che forniscono una definizione precisa di cosa sia, di cosa possa fare, e di cosa esiga da te il Dio che ti vendono, un Dio a forma di uomo, con desideri, scopi ed esigenze, con cui puoi entrare in relazione solo seguendo i dettami della “Vera Religione”; questo “Dio” non è mai un’entità, anche generatrice, che, per la nostra comprensione della realtà, non riusciamo (ancora?) a conoscere veramente, né dal punto di vista meccanico né da quello teleologico (ammesso e non concesso che esista un perché al nostro universo), non è una specie di Madre creatrice, né l’universo è, per dire, un utero in cui, con quello che noi definiamo Big Bang, il seme della vita è stato eiaculato da qualcos’altro ancora, così astratto da non dover rispondere alle leggi della fisica e della biologia o da superarle completamente, fuori dalla nozione di tempo e spazio… no, QUEL DIO, il Dio di Abramo, è solo QUELLO, e ha bisogno di imporre i suoi dettami su tutto il genere umano. Quello che vuole Dio te lo spiegano i Sacredoti (che sono i “traduttori” della parola di Dio, scritta da lui stesso affinché questi la diffondano tra gli esseri umani), ed esistono Dogmi (volere di Dio secondo la traduzione dei sacerdoti) che sono per natura (divina) inconfutabili. Il Dio degli ebrei, dei cristiani e dei musulmani non solo è una proiezione magica creata da uomini (maschi) di società primordiali neolitiche, completamente artificiosa e inaccettabile, ma è soprattutto un pericolosissimo strumento di coercizione. Per le persone che abbracciano una religione, chi non segue i loro dettami è un immorale, e, di volta in volta, il sacerdote di riferimento spiegherà ai propri fedeli il modo corretto per relazionarsi con questi stessi immorali, se combatterli, evangelizzarli o pregare per la loro anima, ma per un ateo o un agnostico, il tollerare che vengano considerate plausibili o accettabili visioni morali nate da fantasie magiche selezionate cherry picking da testi astrusi, confusi, contraddittori, all’occorrenza rimaneggiati, è purtroppo un insulto costante all’intelligenza umana. Avviene in ambito accademico, in ambito educativo, in ambito culturale, scientifico e relazionale, e ciò, per un ateo o un agnostico, equivale esattamente a una bestemmia, alla blasfemia. L’ateismo e l’agnosticismo devono essere militanti, proprio in ragione del fatto che le religioni, queste religioni, penetrano ogni sfera dell’esistenza e della convivenza umana e hanno il fine di imporre il proprio modello anche a chi le rifiuta, attraverso le leggi comuni, mentre l’idea di tolleranza verso la religione richiesta ai non credenti (non parlo qui del grado di tolleranza reciproca tra religioni) nelle società più libere sotto questo aspetto, ti concede di confutare le stesse religioni solo superficialmente e mai in profondità, perché, addirittura, non è accettato l’urtare la sensibilità di chi crede e basa la propria visone del mondo e della giustizia e della morale su presupposti inventati e segnatamente falsi. Ecco, appunto, che torno alla premessa iniziale: è giusto esigere che, per ammettere la liceità di un’argomentazione religiosa nell’ambito della convivenza civile e sociale, non tocca a me ateo o agnostico dimostrare l’inesistenza di qualcosa che non c’è, sei tu, credente, che devi affrontare il processo inverso, dimostrando che le tue tesi si basano su qualcosa di esistente, prima di poter imporre la tua morale sessuale, riproduttiva, gerarchica, culturale, economica e sociale alla comunità. La lotta contro questo Dio è parte di un processo intersezionale contro il patriarcato, come esplicita bene l’articolo che tu stesso ci hai condiviso (grazie!), e non dobbiamo avere paura di far allontanare le persone credenti da questa allucinazione perversa. Questo è ciò che penso io.

  • Grazie per il link! L’articolo è molto interessante e mi trova completamente d’accordo. Ancora una volta il superamento e la distruzione del patriarcato si mostra come l’unica chiave per scardinare la società malata, come la base di partenza per poter pensare a un futuro sano e giusto per tutte e tutti. Chiamiamoci partito intersezionalista!

Nell’anno 2025 (che noi, dettaglio significativo, contiamo dalla supposta nascita del supposto Cristo) non devo essere io a portare argomentazioni convincenti per dimostrare che il Dio proposto dalle religioni tutte sia un’invenzione e una bugia, la cosa è semplicemente un fatto. Mi trovo, tuttavia, nella fastidiosa posizione di dover premettere che non ho intenzione di offendere nessun credente, prima di poter affermare che l’esistenza e la diffusione, a mezzo di istituzioni (anche laiche), delle dottrine religiose, sia una costante offesa alla sensibilità e all’intelletto dell’essere umano. Una società giusta, in cui ogni forma di violenza e sopraffazione sia stata bandita, dovrebbe trattare la religione per quello che è: una fantasia, una favola da vivere come esperienza personale. Una società giusta tollera il sentimento religioso ma lavora costantemente per dissolverlo nell’oblio. Viviamo nel realismo religioso, ed è più facile immaginare la fine della società che la fine delle religioni. Immaginare un mondo nuovo significa inventare un futuro libero dalla religione.

  • Sulla scia delle cene sociali informali che possono nascere a livello territoriale, che mi sembra una pratica sana, propongo di provare a declinare l’idea in forma telematica, secondo modalità da ancora da immaginare, per far entrare in contatto tra loro le varie realtà o entità locali sparse in giro. Vedo, nella possibilità di mettere in relazione tra loro i vari nodi territoriali (sia come gruppi più strutturati che come singoli), qualcosa di cui non privarci… allo stesso tempo esiste il rischio concreto che qualcosa di “informale”, in via telematica, si traduca in caos puro. Faccio delle ipotesi sperando che qualcuno le confuti/commenti, ci faccia sopra un pensiero o le prenda come spunti proprio per immaginare come riuscire a trasferire il clima di rilassatezza conviviale di una cena dal vivo, in un incontro mediato… Potremmo partire da qui, dal sinistraverso, che è il luogo di approdo virtuale, per trovare dei punti, tra gli argomenti più commentati o “votati” con le freccette, da porre come temi (non stringenti) di incontri virtuali, punti da cui partire per intavolare una discussione orizzontale volta, perché no, anche al cazzeggio.

  • Capisco il ragionamento, ma ciò che non ho sottolineato nel mio post, e che mi rendo conto avrei dovuto evidenziare, è l’adesione al dettato costituzionale di quello stato (l’Italia) per cui stai chiedendo la piena cittadinanza. Quello che intendo quando parlo di volontà di vivere, votare e contribuire, è proprio la scelta volontaria di aderire al patto sociale sancito dalla nostra costituzione da cui la struttura dello stato discende (o meglio dovrebbe discendere). Questo è un punto cruciale, perché immaginando la cittadinanza del futuro, in questo spazio in cui ci dedichiamo a questo esercizio profetico, io immagino un Italia in cui, nell’assoluto rispetto dei principi cardine della nostra costituzione (e qui, importante sottolinearlo, sto parlando della nostra costituzione attuale, comprensiva di quelle riforme che hanno contribuito alla sua reale attuazione, cioè l’istituzione della corte costituzionale, del consiglio superiore della magistratura, lo statuto dei lavoratori, il servizio sanitario nazionale, l’istituzione di regioni e provincie, la riforma della scuola media, il referendum, il divorzio, l’aborto, l’abolizione della leva obbligatoria… tutte cose che sono arrivate con fatica ma che esistono - o sono esistite fino a qualche tempo fa - in ragione del dettato costituzionale), immagino, dicevo, che in quest’Italia, l’unico motivo per cui qualcuno chieda di ottenerne la cittadinanza, è proprio quello di beneficiare di questa condizione che privilegia la giustizia sociale e i diritti civili di tutti i cittadini di fronte al potere del capitale e del capo assoluto e che esclude a priori la scelta della guerra. In un Italia così, aggiungo col sistema elettorale proporzionale precedente alle riforme maggioritarie, la costituzione avrebbe solidissime basi per difendersi dagli attacchi di chi entrasse come cittadino solamente per disfarsene… Fatta questa lunga premessa, ti rispondo motivando la mia riflessione sulla concessione della cittadinanza con un esempio pratico che mi nasce dall’esperienza della pandemia di covid: un immigrato senza diritti, un invisibile, malato di una malattia facilmente trasmissibile, non avendo diritto alle cure sanitarie gratuite, non si cura e può contagiare un numero imprecisato di altri cittadini, con le conseguenze che puoi immaginare. A livello etico e ideologico, nell’Italia che immagino io, siamo tutti cittadini, questo è il punto.