• 8 posts
  • 25 comments
Joined 11 months ago
Cake day: October 28th, 2025
  • Io immagino una città integrata nelle dinamiche naturali, con corridoi ecologici sovrapposti e fusi a quelli antropici: ogni percorso pedonale, affiancato da piste percorribili da piccoli mezzi monoposto alimentati ad energia solare o a batteria, sono fiancheggiati ai due lati da filari di alberi che con le loro chiome formano una volta che ha la duplice funzione di mantenere in ombra i corridoi percorsi dagli esseri umani al di sotto di essa e di costituire un corridoio ecologico per insetti impollinatori nella parte superiore degli alberi. I corridoi umani sono protetti a loro volta, contro pioggia e materiale organico rilasciato dagli alberi, da calotte ogivali sorrette da pali/lampione ad energia solare. Intrecciata a questa rete corre la rete del trasporto pubblico, con piccoli mezzi ecologici sempre in movimento. Canali d’acqua circondano ogni isolato e penetrano all’interno di esso per sfociare spesso in grandi fontane centrali. Edifici dalle forme morbide, in terra cruda stampata in 3d e serre solari popolano la città.

  • Al punto X.3. Autonomia dellɜ parlamentari A pagina 14 Al punto 2. C’è un refuso: nessuna trasformazione dellɜ militanti in funzionarɜ; (da sostituire funzionarɜ con funzionariɜ). Più importante: Al punto X.2. Composizione intersezionale della squadra parlamentare A pagina 13

    1. superamento del sistema carcerario;
    2. diritti delle persone migranti;
    3. lavoro;
    4. transfemminismo;
    5. antispecismo;
    6. antisionismo;
    7. antiproibizionismo;
    8. antiabilismo;
    9. scuola;
    10. salute;
    11. free e open source;
    12. lotta climatica. Vogliamo davvero mettere un elenco numerato? Io eviterei, magari facciamo un elenco puntato che non suggerisce un ordine di importanza, ma soprattutto per me lotta climatica va decisamente al primo punto.

Sul fatto che tutti gli esseri umani siano capaci di compassione, che è l’idea su cui si basa la CNV, ho qualche riserva, ma, al netto di questo, la Comunicazione-Non-Violenta mi pare una lettura efficace delle dinamiche relazionali che si stabiliscono tra le persone nel momento del confronto. Mi pare buono l’impianto perché partire dall’idea di compassione per strutturare un processo relazionale delimita un campo di azione che descrive bene una società della cura. Sto dicendo che chi è privə di compassione, quindi incapace di ricevere dalla relazione la soddisfazione a cui ogni soggettività aspira, sta già ponendo sé stessə fuori dal perimetro della lotta intersezionale, dell’idea di società della cura, del superamento della società patriarcale. Questo delimita la nostra frontiera, ed è giusto creare gli anticorpi perché il nostro organismo rimanga coerente con questo orizzonte (banalmente, l’approccio empatico e relazionale dovrebbe di per sé risultare respingente per ogni persona con pulsioni fasciste). La CNV non ci impedisce di provare a trasportare, attraverso l’analisi di cosa realmente afferisca alla soddisfazione del desiderio soggettivo delle persone, non ci impedisce, dicevo, di provare a trasportare le persone non empatiche dentro al cerchio della cura. Il capitalismo ha camuffato il desiderio di riconoscimento delle soggettività e questa modalità si riproduce anche in ambiti militanti, spesso inconsapevolmente, credo che lavorare su questo sia il primo passo da fare. Anche analizzando il processo della CNV vedo emergere la questione del bisogno, che possiamo tradurre in desiderio. Dando per assunto che il bisogno primario di soddisfazione del soggetto corrisponda al desiderio di riconoscimento, la società della cura individua nella rete di relazioni che il soggetto intesse con le persone della propria comunità la fonte di questo riconoscimento, in contrapposizione alla società tardo-capitalista che, senza entrare nel dettaglio (possiamo farlo in seguito) trasforma il bisogno di relazione in bisogno di affermazione (il valore del soggetto è misurato in termini di performatività e accumulo di ricchezza). L’obbiettivo di questo che sto provando a codificare, e che potrei definire “protocollo negoziale”, è quello di definire le modalità di relazione da seguire nella fase di confronto tra i membri della comunità, perciò aggiungo ancora qualche considerazione riguardante le dinamiche relazionali a cui abbiamo assistito e che possiamo ancora osservare anche internamente al perimetro del nostro movimento: l’idea che il raggiungimento di un dato obiettivo sia più importante del metodo con cui l’obiettivo può essere raggiunto è la riproduzione del meccanismo performativo e finalistico caro alla società patriarcale e capitalista, perseguire l’obiettivo a scapito della relazione con l’alterità è il meccanismo che dobbiamo scardinare. La competenza è ciò che giustifica l’irrigidimento delle posizioni, la competenza (reale o presunta) è ciò che legittima la persona competente a ignorare le resistenze di chi ha meno competenza (anche qui reale o presunta) perché il raggiungimento dell’obiettivo prefissato è l’unica cosa che conta (ottica performativa, approccio finalistico, il raggiungimento dell’obiettivo è quantificabile e ha volore assoluto); la competenza è potere. Allo scopo di analizzare le dinamiche relazionali del confronto interpersonale utilizzerò ora una semplificazione, immaginando che le due componenti della dinamica interpersonale siano tra loro in opposizione: potere da una parte e volere dall’altra (competenza vs desiderio, azione vs passione, agire vs patire, soggetto attivo vs soggetto passivo); la dinamica relazionale si muove lungo questo asse, le posizioni di potere e volere sono anch’esse dinamiche e fluide. Questo descritto ora è il primo assunto che propongo. Il secondo assunto che propongo è che la competenza sia sempre sia reale che presunta (reale perché corroborata da esperienze pratiche, percorsi di studio o caratteristiche fisiche oggettive, come ad esempio la forza nel caso di un confronto fisico; presunta perché è sempre possibile incontrare una persona più competente per studi o pratica, oppure più competente sotto altri aspetti della questione, ad esempio competenza emotiva vs competenza analitica, oppure in grado di acquisire più competenza in un dato ambito grazie ad una forte spinta desiderante). Il terzo assunto che propongo è che la società della cura affida alla relazione il compito di soddisfare il bisogno di riconoscimento del soggetto. Il protocollo negoziale, applicabile a ogni tipo di interazione decisionale all’interno della comunità, ha lo scopo di guidare il confronto attraverso la necessità di includere il desiderio dei soggetti coinvolti nel processo decisionale, senza che questo si traduca in stallo, e si articola nel modo sintetizzato dalla formula “La strategia per raggiungere l’obiettivo collettivamente condiviso va sempre negoziata”. Ricapitolando: La competenza è sempre sia reale che presunta (perseguire l’obiettivo, da parte di chi agisce, ignorando le resistenze di chi è meno competente, vuol dire mortificare il desiderio della persona in posizione di dipendenza); Il bisogno di riconoscimento non è soddisfatto dal raggiungimento dell’obiettivo se questo viene raggiunto a scapito della relazione (società della cura). Una considerazione utile anche per affrontare la dinamica relazionale dalla prospettiva del soggetto desiderante è dire che l’idea che portiamo ed esponiamo nel confronto non identifica la nostra soggettività: criticare un’idea non vuol dire criticare la persona che la propone, una critica ad una nostra idea non è un giudizio sulla nostra soggettività. Alcune persone tra noi hanno vissuto e praticato questo tipo di relazione, cogliendone appieno la funzione e il potenziale, durante gli incontri tenuti negli scorsi mesi; queste persone, in qualche misura forse anche inconsapevolmente, già, nei fatti, applicano con buoni frutti questo protocollo relazionale, queste modalità di relazione vanno estese anche a chi ha interiorizzato il sistema desiderante capitalista performativo, competitivo, in cui la competenza è un potere da esercitare a discapito delle relazioni comunitarie.

Gli ultimi due mesi, invece, sono stati il terreno di confronto per costruire una modalità di superamento dell’impasse che questo primo protocollo non è stato in grado di superare. L’asse su cui articolare un secondo protocollo, da attivare quando il primo protocollo relazionale si interrompe (due posizioni in opposizione non superabile, inefficacia della negoziazione), è, secondo me, quello proposto da Olmo del “toglie o aggiunge”. Davanti all’inconciliabilità di due posizioni, un agente terzo (persona esterna alla questione, o non direttamente coinvolta, o testimone o il resto della comunità) si incarica di facilitare la comprensione della questione da dirimere analizzando il portato politico di ognuna delle posizioni contrapposte. Questo secondo protocollo può incorporare il primo su più larga scala (la risposta alla domanda “sottrae o aggiunge” va negoziata tenendo presenti desiderio e competenza della comunità come organismo collettivo). A me sembra che abbiamo già dei protocolli che 1) incorporano la nostra visione politica 2) sono scalabili e frattali 3) permettono alle collettive di agire in autonomia senza tradire l’orizzonte politico del movimento e senza bisogno di un ente controllore 4) funzionano come algoritmi.

A questo proposito, in tema algoritmo, voglio introdurre un altro aspetto: l’algoritmo binario funziona con sì e no, a data scelta corrisponde data azione, questo non impedisce di trovare percorsi che conducano, quando ce ne fosse bisogno, alla riapertura del processo, ma io penso che dovremmo utilizzare un processo decisionale basato su 3 scelte (sì, no, ignoro, dove ignoro può significare non ho la competenza per decidere, ma anche non ho desiderio di decidere su questo particolare aspetto, in pratica non ritengo che questa decisione sia di mia competenza oppure che possa avere conseguenze per me), in modo da lasciare aperta la possibilità alle persone di portare avanti una loro azione condivisa, anche in assenza di una comunità più vasta coinvolta nell’azione stessa o nel processo decisionale per definirla, conservando però la consapevolezza che, in ogni momento, sia possibile integrare nuovi contributi (ad esempio: hai proposto un’azione specifica per raggiungere un dato scopo, e io non sono stato in grado di giudicare questa azione, in un tempo successivo mi rendo conto di essere contrario all’azione, il processo, di conseguenza, va rimesso in discussione - la strada per raggiungere l’obiettivo comune va sempre negoziata collettivamente). Ogni collettiva ha diritto a stabilire come usare i propri protocolli (una collettiva stabilisce, negoziando, che per quella data decisione si può procedere per votazione) quando si relazionano diverse collettività interne al movimento, lo fanno utilizzando i protocolli di cura.

Un tema che in queste righe non è toccato ma che andrà affrontato è quello dei protocolli tecnici (sull’uso dell’ecosistema informatico o sui processi produttivi).

Nei fatti, stiamo già provato a praticare il primo protocollo qui enunciato nel contesto della collettiva pagina instagram, ciò è utile per vedere se, concretamente, il protocollo enunciato su carta trova corrispondenza nella pratica, vi racconto qui cosa intendo nello specifico: premessa: per capire cosa siamo in grado di fare con la pagina instagram dobbiamo fare una mappatura delle “competenze” (grafiche, dialettiche, analitiche ecc…); Per stabilire in maniera chiara a tuttə che la competenza non ci autorizza ad esercitare un potere seguendo lo schema della società capitalista, la “competenza” è scelta esclusivamente sulla base del desiderio (impastiamo e contaminiamo i due poli di potere e desiderio, azione e passione), ciò aiuterà le persone che scelgono di occuparsi di un campo specifico sulla base del proprio desiderio a non sentirsi sicure della propria competenza tanto da dover prevaricare le altre soggettività; Le posizioni di potere, in questo modo, diventano fluide e intercambiabili favorendo la negoziazione.

Questo è un piccolo esempio che a me pare stia già dando buoni frutti, anche per raccontare, attraverso l’esercizio della pratica, cosa sia la società della cura a chi ha capito che il sistema patriarcale capitalista va superato, ma ancora non sa come riuscire a farlo o ancora non è stato in grado di decostruire quanto abbia interiorizzato del sistema stesso.

Vi abbraccio.

  • Ciao, sono andato a leggere anch’io il testo che citi e devo dire che capisco perfettamente e condivido le tue perplessità in merito. Certamente è un testo iperbolico, ma trovo che questo tipo di iperbole rappresenti una visione parziale del mondo, non assegnando un ruolo, in questo futuro immaginato, al valore della materia prima, cioè le risorse di cui l’ecosistema, nel suo fragile equilibrio, dispone. Dico questo perché trovo legittimo immaginare un mondo senza moneta, slegato da un concetto di merito per il quale l’esistenza degli esseri umani nella società sia qualcosa che va “guadagnato” (che mi sembra un po’ il senso del testo in questione), ma, seppure questo è reso fattibile dall’automazione e dalla tecnologia, il gratuitismo che immagino io è un mondo in cui la produzione di merci, e quindi il consumo di materie prime, è accessibile a tuttə non perché il mondo è preso dalla follia della sovrapproduzione tecnologica, ma perché, slegata dalle logiche capitalistiche e neoliberiste, la produzione non sarà più una folle corsa alla crescita, causa di consumo, spreco e distruzione, ma un’opera di mantenimento dell’equilibrio tra ecosistemi interconnessi tra loro, e quindi, in questo senso, precisamente “più equa”, perché votata all’equilibrio e non al dominio. La tecnologia che immagino io non è una tecnologia che viene a colonizzare la nostra esperienza sensoriale, esteticamente aggressiva, ostentata, come fosse qualcosa che ha valore di per sé, ma una tecnologia presente solo dove e quando serve, funzionale e discreta. Quello che mi sembra mancare in questo testo è il concetto chiave in cui si innerva il gratuitismo, e cioè il concetto di Cura, che è un concetto relazionale, per cui anche la parola “lavoro” trova la sua risignificazione attraverso la cooperazione, la relazione e la mutualità. Cura come “mammiferanza”, in opposizione semantica al “patriarcato”, a al sistema oppressivo a cui questo da luogo nelle sue molteplici forme. Per me il Gratuitismo è soprattutto questo, ma non ho il minimo dubbio rispetto al fatto che tuttə qui dentro (nel sinistraverso o più in generale nel cerchio che si sta formando intorno a questo nuovo modo di immaginare il futuro) condividono la lotta per un mondo giusto che restituisca dignità ad ogni essere vivente nel rispetto pieno del nostro ecosistema.

Ho cercato di immaginare i passi operativi da compiere per formalizzare la candidatura della lista del Partito Capibara alle elezioni, provando a tenere in considerazione gli strumenti in nostro possesso al momento e le caselle da spuntare nel nostro inventario, e lo ho fatto immaginando il percorso a ritroso partendo dal traguardo finale.

Temo di perdermi in chiacchiere, perciò sarò schematico.

Per presentare la lista servono 3 cose:

  1. il Logo
  2. il Programma
  3. Le Firme

Il logo e il programma sono in fieri (REPA), le firme andranno raccolte quando verrà fondato il Partito Capibara.

Per fondare il partito non serve altro che lo Statuto.

Lo Statuto consiste

  • nell’enunciazione dei nostri principi e
  • nella descrizione della nostra organizzazione (scopi e struttura).

I principi sono:

  • Il gratuitismo (gratuità dei 6 bisogni primari per liberare il tempo delle persone) e
  • l’intersezionalità (lotta al sistema oppressivo patriarcale in tutte le sue forme).

L’organizzazione è, di fatto, già in piedi e la si può descrivere così: usiamo le REPA su piattaforme FOSS nel rispetto dei principi dell’organizzazione.

In questo schema REPA Gratuitismo e REPA Organizzazione forniscono la base teorica dello Statuto.

La REPA programma raccoglie i risultati delle REPA sulle singole riforme (economica, sanitaria ecc…)

La REPA Organizzazione ha il compito cruciale di rendere le REPA stesse accessibili sia in lettura che in scrittura attraverso l’infrastruttura digitale (questo è un tema importante: chi cerca le REPA deve poterle trovare facilmente, il lavoro del gruppo deve produrre degli output facilmente consultabili, partecipare ad una REPA deve essere facile, l’unico prerequisito per farne parte è la partecipazione attiva nel rispetto del valore della Cura intersezionale)

Le REPA non sono solo il nostro strumento di lavoro principale, ma sono una precisa scelta politica che si attualizza e prende la forma di metodo e prassi cooperativa, è fondamentale, secondo me, continuare a radunare menti che si mettano al lavoro con noi. A tal proposito Nat dice, secondo me molto giustamente: “Credo sia quindi fondamentale iniziare a costruire queste RETI di progettazione insieme a università, associazioni, ecc… e il primo passo potrebbe essere fare una MAPPATURA delle realtà che potenzialmente possono collaborare per ogni REPA”.

I temi sono tanti, spero che questo post possa fornire degli spunti.

Hasta Gratis!

  • per quanto riguarda inizio giugno potremmo probabilmente appoggiarci alla Snia, ma alcune date sono già prese, nei prossimi giorni capiamo la disponibilità.

Grazie all’attuale disponibilità dei tool generativi molte persone si trovano ad utilizzarli per realizzare cose che prima non avrebbero saputo o potuto realizzare e, naturalmente, questo innesca un ragionamento sul significato di arte e, intrinsecamente, sul gatekeeping. Come era facile aspettarsi, essendo l’architettura stessa di questi nuovi strumenti perfettamente compatibile col mercato, e proprio in ragione di questa compatibilità è stato possibile svilupparli, il mercato già si muove in quella direzione, manifestando proposte di “gamificazione” della musica, per rendere l’esperienza musicale accessibile a un nuovo tipo di consumo (https://m.youtube.com/watch?v=U8dcFhF0Dlk Riassunto: il tentativo è di ridurre il fare musica a una ‘user experience’, trattando il tempo e lo struggle dello stare a produrla come non produttivo e banalmente un pessimo ritorno di investimento.

SFRUTTAMENTO DEL NUOVO MEDIA PER AMPLIARE LO SPETTRO DEI POTENZIALI UTILIZZI COMMERCIALI

Un punto cruciale riguarda la fallacia dell’idea che il tempo utilizzato per la produzione artistica e creativa sia un tempo perso, che, semplicemente, ti allontana dal raggiungimento dello scopo finale (il prodotto); quest’idea, infatti, è in netto contrasto con l’esperienza individuale, in cui la fase di creazione è un tempo di qualità, è parte essenziale del processo, sia esso “finalizzato” a soddisfare un’esigenza creativa momentanea o la realizzazione di un prodotto artistico vero e proprio. Questo nuovo modo di sfruttare la produzione creativa da parte dell’industria, che non si limita a immaginare nuovi prodotti (che siano video, immagini, musica creati tout court dai sowftware generativi o prodotti che richiedono l’utilizzo dei software come strumento alternativo/ulteriore nella produzione creativa), ma preconizza la nascita di configurazioni di utilizzo fino ad ora sconosciute (la “gamificazione” della produzione e dell’industria musicale), è peculiare del sistema neoliberista, ma evidenzia il fatto che il nuovo strumento porta, di per sé, a dover operare una reinterpretazione semantica del messaggio che veicola. I nuovi strumenti, infatti, incidono sull’opera e sul processo creativi tanto quanto il web ha inciso sui media tradizionali e il digitale sull’analogico, non solo aumentando la platea dei fruitori, ma operando una modifica dei codici di comprensione dei nuovi prodotti (il medium serve a veicolare il messaggio, ma, al tempo stesso il messaggio deve adattarsi al nuovo medium e ai nuovi contesti di diffusione del messaggio). Il sistema neoliberista costruisce su questo le sue nuove architetture di sfruttamento, in maniera direi “laica” rispetto alla questione se questi nuovi mezzi impongano una riflessione sul concetto di Arte oppure no, almeno finché questo non si sia eventualmente sviluppato in un mercato; il contrasto al sistema, io credo, passa attraverso un approccio speculare, altrettanto “laico” rispetto alla questione del concetto di Arte, e concentrato, piuttosto, sulla conoscenza del mezzo che veicola nuovi tipi di messaggi e stimola nuovi processi creativi. Per quanto riguarda l’Arte e cosa essa rappresenti, tanto per chi la produce che per chi ne fruisce, oltre all’esperienza musicale di Brian Eno, rispetto al superamento dell’idea che il virtuosismo e la tecnica debbano costituire un elemento essenziale del prodotto artistico, molti altri esempi nella storia dell’arte, anche antecedenti a Duchamp e i suoi ready-made, testimoniano come la pratica artistica possa essere completamente slegata dall’abilità tecnica. Ciò non significa che la pratica di produrre qualcosa grazie a una propria competenza e padronanza del mezzo sia qualcosa che non ha valore a livello individuale, significa, probabilmente, che ci attendiamo una qualche gratificazione personale dallo “sforzo” di realizzare qualcosa di “difficile”, e che questo ci venga riconosciuto, ma significa anche che la componente “tecnica” è solo una delle possibili componenti del processo creativo ed ha un valore variabile in funzione delle inclinazioni di ciascuno. La capacità dell’osservatore di riconoscere il valore del processo creativo messo in campo dipende dalla competenza dell’osservatore e dal contesto, il quale, idealmente, è comune a mittente e destinatario, perciò io credo che i nuovi strumenti generativi siano un nuovo strumento e non un sostituto degli strumenti disponibili fino ad ora (un blog, un podcast, non sostituiscono un libro, un video non sostituisce una foto, una foto non sostituice un dipinto ad olio ecc…), e credo che vadano conosciuti e sperimentati, e la competenza sia essenziale per non lasciare abbandonato al sistema il nuovo contesto che si sta sviluppando, per saperlo leggere e per saperci scrivere.

Il concetto di gerarchia suscita sempre un discreto dibattito, che si articola tra rifiuto dell’imposizione dall’alto e necessità di strutturare e organizzare la prassi politica, tra verticalismo e orizzontalismo come visioni contrapposte e alternative. Il tema è stato affrontato in diverse occasioni di confronto e anche qui => https://sinistraverso.org/post/136 Quello che sembra emergere è che, nel momento in cui per gerarchia intendiamo struttura e organizzazione, le differenze di vedute sfumano fino ad avvicinarsi alla convergenza, fermo restando che diverse visioni continuano ad affacciarsi nel dibattito ogni volta che se ne parla. La domanda è “Abbiamo bisogno di una gerarchia?” e, in caso di risposta affermativa, che tipo di gerarchia?

  • Condivido il discorso sulla diffusione del messaggio, ma non condivido il discorso sulla paura, e forse immagino che un’iniziale ostacolo semantico non pregiudichi la capacità del contenuto di manifestarsi, magari ancora più incisivamente, una volta destata la curiosità, perché i due termini sono visti, secondo il teorema dominante, come in contrapposizione, creando un vuoto da esplorare. Io, ma questa è un’annotazione personale a margine, quando ho trovato i video di questo matto che parlava di “comunismo di lusso” sono rimasto folgorato.

  • Per me l’associazione comunismo e lusso è potente. Di per sé spiazza e forza a riflettere. Io credo che dobbiamo definirci esattamente per quello che siamo e non come immaginiamo che potrebbe piacere a chi non è come noi. Se il partito è memetico e serve a svegliare le coscienze non vedo alcun motivo per usare “cautele” nel definire noi stessi. Non avere paura di definirci comunisti di lusso comporta anche che non dovremo difenderci dall’accusa di essere comunisti, che, come si sa, è la prima e più efficace forma di attacco della destra, quando, invece di portare avanti le tue idee, devi passare il tempo a giustificare quello che sei.