Grazie all’attuale disponibilità dei tool generativi molte persone si trovano ad utilizzarli per realizzare cose che prima non avrebbero saputo o potuto realizzare e, naturalmente, questo innesca un ragionamento sul significato di arte e, intrinsecamente, sul gatekeeping. Come era facile aspettarsi, essendo l’architettura stessa di questi nuovi strumenti perfettamente compatibile col mercato, e proprio in ragione di questa compatibilità è stato possibile svilupparli, il mercato già si muove in quella direzione, manifestando proposte di “gamificazione” della musica, per rendere l’esperienza musicale accessibile a un nuovo tipo di consumo (https://m.youtube.com/watch?v=U8dcFhF0Dlk Riassunto: il tentativo è di ridurre il fare musica a una ‘user experience’, trattando il tempo e lo struggle dello stare a produrla come non produttivo e banalmente un pessimo ritorno di investimento.

SFRUTTAMENTO DEL NUOVO MEDIA PER AMPLIARE LO SPETTRO DEI POTENZIALI UTILIZZI COMMERCIALI

Un punto cruciale riguarda la fallacia dell’idea che il tempo utilizzato per la produzione artistica e creativa sia un tempo perso, che, semplicemente, ti allontana dal raggiungimento dello scopo finale (il prodotto); quest’idea, infatti, è in netto contrasto con l’esperienza individuale, in cui la fase di creazione è un tempo di qualità, è parte essenziale del processo, sia esso “finalizzato” a soddisfare un’esigenza creativa momentanea o la realizzazione di un prodotto artistico vero e proprio. Questo nuovo modo di sfruttare la produzione creativa da parte dell’industria, che non si limita a immaginare nuovi prodotti (che siano video, immagini, musica creati tout court dai sowftware generativi o prodotti che richiedono l’utilizzo dei software come strumento alternativo/ulteriore nella produzione creativa), ma preconizza la nascita di configurazioni di utilizzo fino ad ora sconosciute (la “gamificazione” della produzione e dell’industria musicale), è peculiare del sistema neoliberista, ma evidenzia il fatto che il nuovo strumento porta, di per sé, a dover operare una reinterpretazione semantica del messaggio che veicola. I nuovi strumenti, infatti, incidono sull’opera e sul processo creativi tanto quanto il web ha inciso sui media tradizionali e il digitale sull’analogico, non solo aumentando la platea dei fruitori, ma operando una modifica dei codici di comprensione dei nuovi prodotti (il medium serve a veicolare il messaggio, ma, al tempo stesso il messaggio deve adattarsi al nuovo medium e ai nuovi contesti di diffusione del messaggio). Il sistema neoliberista costruisce su questo le sue nuove architetture di sfruttamento, in maniera direi “laica” rispetto alla questione se questi nuovi mezzi impongano una riflessione sul concetto di Arte oppure no, almeno finché questo non si sia eventualmente sviluppato in un mercato; il contrasto al sistema, io credo, passa attraverso un approccio speculare, altrettanto “laico” rispetto alla questione del concetto di Arte, e concentrato, piuttosto, sulla conoscenza del mezzo che veicola nuovi tipi di messaggi e stimola nuovi processi creativi. Per quanto riguarda l’Arte e cosa essa rappresenti, tanto per chi la produce che per chi ne fruisce, oltre all’esperienza musicale di Brian Eno, rispetto al superamento dell’idea che il virtuosismo e la tecnica debbano costituire un elemento essenziale del prodotto artistico, molti altri esempi nella storia dell’arte, anche antecedenti a Duchamp e i suoi ready-made, testimoniano come la pratica artistica possa essere completamente slegata dall’abilità tecnica. Ciò non significa che la pratica di produrre qualcosa grazie a una propria competenza e padronanza del mezzo sia qualcosa che non ha valore a livello individuale, significa, probabilmente, che ci attendiamo una qualche gratificazione personale dallo “sforzo” di realizzare qualcosa di “difficile”, e che questo ci venga riconosciuto, ma significa anche che la componente “tecnica” è solo una delle possibili componenti del processo creativo ed ha un valore variabile in funzione delle inclinazioni di ciascuno. La capacità dell’osservatore di riconoscere il valore del processo creativo messo in campo dipende dalla competenza dell’osservatore e dal contesto, il quale, idealmente, è comune a mittente e destinatario, perciò io credo che i nuovi strumenti generativi siano un nuovo strumento e non un sostituto degli strumenti disponibili fino ad ora (un blog, un podcast, non sostituiscono un libro, un video non sostituisce una foto, una foto non sostituice un dipinto ad olio ecc…), e credo che vadano conosciuti e sperimentati, e la competenza sia essenziale per non lasciare abbandonato al sistema il nuovo contesto che si sta sviluppando, per saperlo leggere e per saperci scrivere.