Sul fatto che tutti gli esseri umani siano capaci di compassione, che è l’idea su cui si basa la CNV, ho qualche riserva, ma, al netto di questo, la Comunicazione-Non-Violenta mi pare una lettura efficace delle dinamiche relazionali che si stabiliscono tra le persone nel momento del confronto. Mi pare buono l’impianto perché partire dall’idea di compassione per strutturare un processo relazionale delimita un campo di azione che descrive bene una società della cura. Sto dicendo che chi è privə di compassione, quindi incapace di ricevere dalla relazione la soddisfazione a cui ogni soggettività aspira, sta già ponendo sé stessə fuori dal perimetro della lotta intersezionale, dell’idea di società della cura, del superamento della società patriarcale. Questo delimita la nostra frontiera, ed è giusto creare gli anticorpi perché il nostro organismo rimanga coerente con questo orizzonte (banalmente, l’approccio empatico e relazionale dovrebbe di per sé risultare respingente per ogni persona con pulsioni fasciste). La CNV non ci impedisce di provare a trasportare, attraverso l’analisi di cosa realmente afferisca alla soddisfazione del desiderio soggettivo delle persone, non ci impedisce, dicevo, di provare a trasportare le persone non empatiche dentro al cerchio della cura. Il capitalismo ha camuffato il desiderio di riconoscimento delle soggettività e questa modalità si riproduce anche in ambiti militanti, spesso inconsapevolmente, credo che lavorare su questo sia il primo passo da fare. Anche analizzando il processo della CNV vedo emergere la questione del bisogno, che possiamo tradurre in desiderio. Dando per assunto che il bisogno primario di soddisfazione del soggetto corrisponda al desiderio di riconoscimento, la società della cura individua nella rete di relazioni che il soggetto intesse con le persone della propria comunità la fonte di questo riconoscimento, in contrapposizione alla società tardo-capitalista che, senza entrare nel dettaglio (possiamo farlo in seguito) trasforma il bisogno di relazione in bisogno di affermazione (il valore del soggetto è misurato in termini di performatività e accumulo di ricchezza). L’obbiettivo di questo che sto provando a codificare, e che potrei definire “protocollo negoziale”, è quello di definire le modalità di relazione da seguire nella fase di confronto tra i membri della comunità, perciò aggiungo ancora qualche considerazione riguardante le dinamiche relazionali a cui abbiamo assistito e che possiamo ancora osservare anche internamente al perimetro del nostro movimento: l’idea che il raggiungimento di un dato obiettivo sia più importante del metodo con cui l’obiettivo può essere raggiunto è la riproduzione del meccanismo performativo e finalistico caro alla società patriarcale e capitalista, perseguire l’obiettivo a scapito della relazione con l’alterità è il meccanismo che dobbiamo scardinare. La competenza è ciò che giustifica l’irrigidimento delle posizioni, la competenza (reale o presunta) è ciò che legittima la persona competente a ignorare le resistenze di chi ha meno competenza (anche qui reale o presunta) perché il raggiungimento dell’obiettivo prefissato è l’unica cosa che conta (ottica performativa, approccio finalistico, il raggiungimento dell’obiettivo è quantificabile e ha volore assoluto); la competenza è potere. Allo scopo di analizzare le dinamiche relazionali del confronto interpersonale utilizzerò ora una semplificazione, immaginando che le due componenti della dinamica interpersonale siano tra loro in opposizione: potere da una parte e volere dall’altra (competenza vs desiderio, azione vs passione, agire vs patire, soggetto attivo vs soggetto passivo); la dinamica relazionale si muove lungo questo asse, le posizioni di potere e volere sono anch’esse dinamiche e fluide. Questo descritto ora è il primo assunto che propongo. Il secondo assunto che propongo è che la competenza sia sempre sia reale che presunta (reale perché corroborata da esperienze pratiche, percorsi di studio o caratteristiche fisiche oggettive, come ad esempio la forza nel caso di un confronto fisico; presunta perché è sempre possibile incontrare una persona più competente per studi o pratica, oppure più competente sotto altri aspetti della questione, ad esempio competenza emotiva vs competenza analitica, oppure in grado di acquisire più competenza in un dato ambito grazie ad una forte spinta desiderante). Il terzo assunto che propongo è che la società della cura affida alla relazione il compito di soddisfare il bisogno di riconoscimento del soggetto. Il protocollo negoziale, applicabile a ogni tipo di interazione decisionale all’interno della comunità, ha lo scopo di guidare il confronto attraverso la necessità di includere il desiderio dei soggetti coinvolti nel processo decisionale, senza che questo si traduca in stallo, e si articola nel modo sintetizzato dalla formula “La strategia per raggiungere l’obiettivo collettivamente condiviso va sempre negoziata”. Ricapitolando: La competenza è sempre sia reale che presunta (perseguire l’obiettivo, da parte di chi agisce, ignorando le resistenze di chi è meno competente, vuol dire mortificare il desiderio della persona in posizione di dipendenza); Il bisogno di riconoscimento non è soddisfatto dal raggiungimento dell’obiettivo se questo viene raggiunto a scapito della relazione (società della cura). Una considerazione utile anche per affrontare la dinamica relazionale dalla prospettiva del soggetto desiderante è dire che l’idea che portiamo ed esponiamo nel confronto non identifica la nostra soggettività: criticare un’idea non vuol dire criticare la persona che la propone, una critica ad una nostra idea non è un giudizio sulla nostra soggettività. Alcune persone tra noi hanno vissuto e praticato questo tipo di relazione, cogliendone appieno la funzione e il potenziale, durante gli incontri tenuti negli scorsi mesi; queste persone, in qualche misura forse anche inconsapevolmente, già, nei fatti, applicano con buoni frutti questo protocollo relazionale, queste modalità di relazione vanno estese anche a chi ha interiorizzato il sistema desiderante capitalista performativo, competitivo, in cui la competenza è un potere da esercitare a discapito delle relazioni comunitarie.

Gli ultimi due mesi, invece, sono stati il terreno di confronto per costruire una modalità di superamento dell’impasse che questo primo protocollo non è stato in grado di superare. L’asse su cui articolare un secondo protocollo, da attivare quando il primo protocollo relazionale si interrompe (due posizioni in opposizione non superabile, inefficacia della negoziazione), è, secondo me, quello proposto da Olmo del “toglie o aggiunge”. Davanti all’inconciliabilità di due posizioni, un agente terzo (persona esterna alla questione, o non direttamente coinvolta, o testimone o il resto della comunità) si incarica di facilitare la comprensione della questione da dirimere analizzando il portato politico di ognuna delle posizioni contrapposte. Questo secondo protocollo può incorporare il primo su più larga scala (la risposta alla domanda “sottrae o aggiunge” va negoziata tenendo presenti desiderio e competenza della comunità come organismo collettivo). A me sembra che abbiamo già dei protocolli che 1) incorporano la nostra visione politica 2) sono scalabili e frattali 3) permettono alle collettive di agire in autonomia senza tradire l’orizzonte politico del movimento e senza bisogno di un ente controllore 4) funzionano come algoritmi.

A questo proposito, in tema algoritmo, voglio introdurre un altro aspetto: l’algoritmo binario funziona con sì e no, a data scelta corrisponde data azione, questo non impedisce di trovare percorsi che conducano, quando ce ne fosse bisogno, alla riapertura del processo, ma io penso che dovremmo utilizzare un processo decisionale basato su 3 scelte (sì, no, ignoro, dove ignoro può significare non ho la competenza per decidere, ma anche non ho desiderio di decidere su questo particolare aspetto, in pratica non ritengo che questa decisione sia di mia competenza oppure che possa avere conseguenze per me), in modo da lasciare aperta la possibilità alle persone di portare avanti una loro azione condivisa, anche in assenza di una comunità più vasta coinvolta nell’azione stessa o nel processo decisionale per definirla, conservando però la consapevolezza che, in ogni momento, sia possibile integrare nuovi contributi (ad esempio: hai proposto un’azione specifica per raggiungere un dato scopo, e io non sono stato in grado di giudicare questa azione, in un tempo successivo mi rendo conto di essere contrario all’azione, il processo, di conseguenza, va rimesso in discussione - la strada per raggiungere l’obiettivo comune va sempre negoziata collettivamente). Ogni collettiva ha diritto a stabilire come usare i propri protocolli (una collettiva stabilisce, negoziando, che per quella data decisione si può procedere per votazione) quando si relazionano diverse collettività interne al movimento, lo fanno utilizzando i protocolli di cura.

Un tema che in queste righe non è toccato ma che andrà affrontato è quello dei protocolli tecnici (sull’uso dell’ecosistema informatico o sui processi produttivi).

Nei fatti, stiamo già provato a praticare il primo protocollo qui enunciato nel contesto della collettiva pagina instagram, ciò è utile per vedere se, concretamente, il protocollo enunciato su carta trova corrispondenza nella pratica, vi racconto qui cosa intendo nello specifico: premessa: per capire cosa siamo in grado di fare con la pagina instagram dobbiamo fare una mappatura delle “competenze” (grafiche, dialettiche, analitiche ecc…); Per stabilire in maniera chiara a tuttə che la competenza non ci autorizza ad esercitare un potere seguendo lo schema della società capitalista, la “competenza” è scelta esclusivamente sulla base del desiderio (impastiamo e contaminiamo i due poli di potere e desiderio, azione e passione), ciò aiuterà le persone che scelgono di occuparsi di un campo specifico sulla base del proprio desiderio a non sentirsi sicure della propria competenza tanto da dover prevaricare le altre soggettività; Le posizioni di potere, in questo modo, diventano fluide e intercambiabili favorendo la negoziazione.

Questo è un piccolo esempio che a me pare stia già dando buoni frutti, anche per raccontare, attraverso l’esercizio della pratica, cosa sia la società della cura a chi ha capito che il sistema patriarcale capitalista va superato, ma ancora non sa come riuscire a farlo o ancora non è stato in grado di decostruire quanto abbia interiorizzato del sistema stesso.

Vi abbraccio.