È chiaro che la fine del capitalismo coinciderà con la fine dell’egemonia globale dell’occidente. Non a caso, tale egemonia è stata avviata proprio grazie al vantaggio tecnologico offerto all’occidente dal sistema capitalista, per poi, man mano che questa egemonia si è espansa, permettere al sistema di sopravvivvere ben oltre la sua data naturale di scadenza, fornendogli continuamente nuove risorse e persone da sfruttare, rilanciandolo così nei suoi momenti di crisi.

Qualsiasi scenario post-capitalista che contempli il mantenimento di questa egemonia, sarebbe uno una distopia di gran lunga peggiore rispetto alla già greve situazione attuale; quel tipo di futuro che la logica del realismo capitalista ci presenta come inevitabile.

Mi è venuto spontaneo domandarmi: ma allora noi qui che cosa stiamo facendo? È ovvio che qualunque futuro decideremo di inventare, sarà un futuro da applicare a noi stessi, che non puó essere riproposto ai popoli colonizzati, salvo voler riprodurre le stesse logiche coloniali applicate da chi, nei secoli passati, proclamando di portare la civiltà ai popoli selvaggi, ha causato terribili devastazioni e sofferenze.

Provando quindi a concentrarci su scenari post-capitalisti desiderabili, è naturale immaginare che questi emergeranno dai continenti colonizzati, quando questi saranno stati definitivamente liberati dall’oppressione che l’occidente gli ha imposto.

Personalmente, immagino per l’occidente questo tipo di ruolo, quello di acceleratore del crollo del sistema capitalista. Agendo al cuore del sistema, abbiamo la possibilità di colpirlo in maniera definitiva, permettendo al resto del mondo di liberarsi.

Eppure non puó esistere una via di uscita dal capitalismo che non sia su scala globale. Bisogna accettare che non abbiamo alcuna agentività su quello che decideranno di fare i popoli colonizzati. Potenzialmente potrebbero scegliere di conservare il sistema capitalista, venendo colonizzati da una nuova potenza (tipo la Cina) oppure entrando in competizione tra loro per diventare la nuova potenza egemone del capitalismo globale. In ogni caso, il nuovo occidente liberato cadrebbe, in questo contesto, rapidamente preda delle mire coloniali della nuova potenza globale.

L’unica alternativa che vedo a questo, è che il futuro sia inventato a livello globale, iperstizionando collettivamente su scala mondiale un post-capitalismo desiderabile.

Come si fa dunque ad aprire la nostra opera di progettazione e di iperstizione del futuro ideale al resto del mondo, senza cadere nella trappola di trovarci a decidere per altri il futuro in cui esistere?

Io la penso così: i fenomeni migratori di cui si riempiono la bocca le destre, sono l’inizio della fine dell’egemonia occidentale. Nei prossimi decenni vedremo l’identità culturale dell’occidente ridefinirsi, ibridandosi sempre di più con quelle dei popoli con cui stiamo imparando a condividere i nostri spazi vitali. Questa nuova identità sovranazionale, dovrà necessariamente riscrivere il contratto sociale esistente, poichè non le si potrà più applicare quello attuale basato sul suprematismo bianco.

Questa nuova società occidentale, sarà intrinsecamente libera dal bias coloniale, perchè composta in gran parte (e contenere le dimensioni di questa parte è la battaglia che stanno combattendo Meloni, Trump e gli altri) da persone ancestralmente provenienti dai paesi colonizzati.

Sarà questa nuova società occidentale, che potrà aprire al resto del mondo, parlando le lingue di tutti i paesi, il progetto di inventare un futuro post-capitalista desiderabile globale. E non lo farà con la supponenza del bianco che crede di esportare civiltá o democrazia, ma con l’umiltà di chi si presenta come la sintesi tra oppressə e oppressorə, che avrà sperimentato sulla propria pelle (di qualsiasi colore) il desiderio offerto dalla società capitalista, e il trauma inevitabile della sua alienazione, che chiedere al resto del mondo di costruire insieme un futuro migliore.