nat

  • 37 posts
  • 178 comments
Joined 1 year ago
Cake day: October 15th, 2025
1 month

La narrazione dominante sui grandi potenti è diventata un’ossessione spasmodica sulle persone in sé (Trump, Putin, Xi Jinping, Meloni, Musk) quando dovrebbe invece essere l’occasione per evidenziare come nessuna persona può individualmente essere in grado di gestire così tanto potere.

Il potere, o meglio, la potenza esiste. Dobbiamo creare nuove forme di organizzazione per distribuire in maniera rizomatica la potenza, l’agire politico. Questa capacità di organizzazione di massa dal basso, derivante da una condivisione profonda di una visione del mondo (quella gratuitista forse?) rende possibili massicce reti di collaborazione, mutuo aiuto, cura, progettazione, azione.

La diffusione di questa nuova sintonia collettiva dimostrerà chiaramente la follia di un sistema in cui la vita di miliardi di persone viene pesantemente influenzata dalle decisioni di una infima minoranza. È questa realizzazione nel senso comune ciò che bisognerebbe accelerare: è fondamentale immaginare, progettare, sperimentare, praticare nuove forme di stare insieme che vadano oltre il realismo capitalista.

Questa è la grande sfida, ciò che ci separa da una società gratuitista.

1 month

In breve: non è corretto in senso assoluto. È corretto solo se si dà all’“immaginazione” un significato molto ristretto e antropocentrico.

Molto dipende da cosa intendiamo per immaginazione:

  • Se per immaginazione intendiamo la capacità di rappresentare mentalmente cose non presenti, scenari possibili, simulazioni di azioni o eventi futuri, allora non è esclusivamente umana. Molti animali mostrano capacità compatibili con forme di immaginazione:
    • sogni: mammiferi e uccelli hanno fasi REM e attività cerebrale simile al sogno; nei ratti è stato osservato un “replay” di percorsi spaziali durante il sonno;
    • gioco: i cuccioli di molti mammiferi e uccelli simulano inseguimenti, fughe, lotte, ruoli;
    • pianificazione futura: alcune ghiandaie nascondono cibo in base a ciò che prevedono di voler mangiare dopo; scimpanzé e corvi preparano strumenti per usarli in un secondo momento;
    • problem solving creativo: corvi, polpi e primati inventano soluzioni nuove a problemi;
    • inganno tattico: alcuni animali sembrano rappresentare ciò che un altro individuo sa o non sa.
  • Se invece per immaginazione intendiamo immaginazione riflessiva, simbolica, narrativa, artistica, metacognitiva, cioè la capacità di dire “sto immaginando”, di creare storie, miti, arte, contrafattuali astratti e mondi possibili complessi, allora questa è una forma tipicamente umana, o almeno non dimostrata chiaramente in altre specie.

Il punto scientifico delicato è che non possiamo sapere con certezza se un animale “immagina” in senso soggettivo, cioè se vive un’esperienza cosciente simile alla nostra. Possiamo osservare comportamenti compatibili con l’immaginazione, ma non leggere la sua mente.

Quindi la frase “l’immaginazione è una cosa esclusivamente umana” è una semplificazione. Più accurato sarebbe dire:

L’essere umano possiede una forma di immaginazione particolarmente ricca, linguistica, simbolica e autoriflessiva; ma capacità di simulazione mentale e anticipazione creativa sono presenti, in forme diverse e più semplici, anche in altre specie animali.

Oggi anche alcune IA generano immagini o scenari nuovi, ma questo è un altro tipo di “immaginazione funzionale”, senza coscienza o esperienza soggettiva dimostrata.

  • Ciao Giacomo! Benvenuto nella comunità gratuitista 😜 Per qualsiasi cosa (domande, dubbi, problemi tecnici) scrivi pure qui nei commenti. C’è un mondo da scoprire 💫

  • Probabilmente il rischio sarebbe stato colpire, oltre che i clienti normali, altre realtà militanti che hanno conti con loro. Quindi anch’io vorrei capire meglio prima lanciare una campagna contro Banca Etica.

    Secondo me è fondamentale invece usare quello che è successo per sensibilizzare su quanto effettivamente siamo una cazzo di colonia.

Nel gratuitismo il lavoro cambia radicalmente natura. Non è più uno strumento di sopravvivenza. Non c’è più bisogno di vendere ore della propria vita a qualcuno che non si rispetta per fare cose che non interessano, solo per pagare l’affitto: il lavoro diventa una scelta. E quando si può scegliere, si sceglie di fare ciò che ha senso per sé e per gli altri.

Parte dei lavori necessari può essere automatizzata, mentre quelli che non possiamo o non vogliamo automatizzare verranno svolti con senso di cura, di responsabilità, di contributo alla collettività, perché si prova gioia nell’aiutare, soddisfazione nel costruire qualcosa insieme, orgoglio nel migliorare la vita di tuttɜ. Tutti i lavori che invece non servono a niente se non a far arricchire qualche CEO e a rubarci il tempo – i bullshit jobs di cui parlava Graeber – possono essere semplicemente eliminati. Senza rimpianti.

Per realizzare tutto questo serve ridefinire radicalmente il ruolo che lo Stato ricopre nella società: non più uno Stato padrone, ma uno Stato partner.

Lo Stato partner non comanda, non controlla, non pianifica dall’alto, ma mette a disposizione, coordina, abilita. Garantisce a ogni persona, incondizionatamente, tutto ciò che serve per vivere. Costruisce e mantiene le reti energetiche, i trasporti pubblici, la sanità, l’istruzione, la ricerca di base. Promuove la partecipazione, coinvolgendo la popolazione nelle decisioni. Ridistribuisce le risorse attraverso la fiscalità e le politiche pubbliche e garantisce che la ricchezza prodotta dall’automazione venga equamente distribuita.

Lo Stato partner, a tendere, lavora per rendere se stesso obsoleto. Perché il suo obiettivo ultimo non è coercitivo ma pedagogico: deve creare le condizioni perché la gestione possa essere affidata alle comunità stesse, affinché la società possa autorganizzarsi.

Ed è qui che entrano in gioco i commons.

I commons sono risorse condivise governate collettivamente da comunità attraverso pratiche di auto-organizzazione, gestione cooperativa e processi decisionali partecipativi. Non sono di proprietà privata, né sono amministrati centralmente dallo Stato. Sono strutturati attorno ad accordi negoziati, in cui le comunità stabiliscono e applicano regole che bilanciano l’accesso con la gestione a lungo termine. Funzionano sulla base di diritti d’uso piuttosto che di proprietà assoluta.

L’acqua, l’aria, i saperi, lo spazio pubblico, il patrimonio culturale, il codice digitale: sono beni comuni. Non possono essere privatizzati né mercificati perché, per loro natura, sono risorse che si arricchiscono con l’uso. Più persone condividono un’idea, più l’idea si arricchisce. Più persone curano un parco, più il parco diventa bello. Più persone contribuiscono a un progetto, più il progetto diventa solido.

In una società gratuitista, i commons diventano la forma dominante di organizzazione della produzione e della vita sociale. Non ci sono più aziende, non c’è più capitale. Ci sono comunità che si organizzano per gestire risorse, produrre beni, offrire servizi. Lo fanno perché vogliono, perché hanno tempo ed energie, perché provano soddisfazione nel farlo. Non c’è bisogno di un salario, perché i bisogni fondamentali sono già garantiti. Il lavoro per i commons è lavoro gratuito, nel senso più pieno del termine: non è retribuito, ma è libero.

Si inizia così a costruire un’economia non monetaria: non perché il denaro venga abolito per decreto, ma perché diventa semplicemente inutile. Se si ha tutto ciò che serve per vivere, se si può partecipare a progetti che appassionano senza dover pensare a quanto pagano, se si può contribuire alla collettività perché è quello che si vuole fare, allora a cosa serve il denaro? A comprare cose che non servono? Ad accumulare ricchezza che non si può usare?

Il capitale diventa obsoleto. Non perché qualcuno lo bandisce, ma perché non c’è più spazio per esso. Non c’è più spazio per lo sfruttamento, perché nessuno è costretto a vendere il proprio lavoro. Non c’è più spazio per la competizione, perché la cooperazione è più efficiente e più gratificante. Non c’è più spazio per l’accumulazione, perché la ricchezza non ha senso se non è condivisa.

Questa è la società gratuitista. Un mondo in cui la gratuità è la norma, perché il denaro e il capitale hanno smesso di avere senso. Un mondo in cui il lavoro è scelta, non obbligo. Un mondo in cui lo Stato è partner, non padrone. Un mondo in cui i commons sono la forma naturale di organizzazione.

  • Ciao Simone e benvenutə!! Sei nel posto giusto per tenerti aggiornatə sulle proposte e sugli eventi del movimento. Se invece vuoi un livello superiore di attivazione ti cosiglio di iscriversi alla nostra chat su Delta: lì troverai un indice come tutte le “collettive” già attive su diversi temi! Magari trovi qualcosa che ti può interessare!

Negli ultimi mesi un numero sempre crescente di persone è entrata a far parte del movimento. Siamo tantissimɜ, ma sparse sia a livello territoriale che virtuale, frammentate in un groviglio di chat e contatti a distanza.

A luglio c’è stato il Mark Fisher Party a Roma, che è stato un momento importante (anche se non propriamente gratuitista), al quale in ogni caso, per diverse ragioni, tante persone non hanno potuto partecipare.

Penso però che trovare un momento in cui TUTTO il movimento possa ritrovarsi, vedersi, parlare, stare insieme sia fondamentale per rendersi conto di quanto incredibile sia tutto quello che si sta creando e per provare la gioia di entusiasmarci insieme.

Farlo fisicamente comporta però un enorme investimento a livello di organizzazione, tempo e risorse e inoltre, a prescindere da dove si scelga di farlo, comporterebbe inevitabilmente l’assenza di molte persone. Quindi, in pieno stile capibara, perché non ci inventiamo qualcosa di nuovo?


E quindi, alla fine di questa lunga caldissima estate, propongo di organizzare il primo video-festival translocale del movimento gratuitista, che si svolgerà interamente ONLINE, nello specifico sul nostro server di Jitsi, l’applicazione che utilizziamo per le videochiamate.

Pensate a un vero e proprio festival con diversi stand e bancarelle: ecco, l’idea è di creare degli “stand virtuali”, ciascuno corrispondente a una stanza su jitsi. Ogni collettiva si può attivare e organizzare la sua stanza, non solo per parlare, ma per fare anche attività insieme online, raccontare progetti presenti, passati, futuri, ecc…

Per rendere l’idea propongo qualche esempio:

  • collettiva tech che organizza un tutorial per nextcloud
  • collettiva accoglienza che parla con le nuove persone che ancora non hanno avuto modo di presentarsi
  • collettive repa che presentano lo stato attuale della progettazione
  • collettive locali che raccontano le iniziative che stanno portando avanti
  • live speciale di Telebulbo
  • ecc…

Le persone sarebbe libere di entrare e uscire dalle stanze a piacimento, in base al loro desiderio, per esplorare il movimento in tutte le sue sfaccettature.


L’ideale sarebbe organizzarlo per la seconda metà di settembre, in modo da dare una spinta propulsiva al movimento dopo l’estate.

Che ne pensate? A chi va di partecipare all’organizzazione? Pensavo di creare una chat temporanea su Delta per portarla avanti.