Nel gratuitismo il lavoro cambia radicalmente natura. Non è più uno strumento di sopravvivenza. Non c’è più bisogno di vendere ore della propria vita a qualcuno che non si rispetta per fare cose che non interessano, solo per pagare l’affitto: il lavoro diventa una scelta. E quando si può scegliere, si sceglie di fare ciò che ha senso per sé e per gli altri.
Parte dei lavori necessari può essere automatizzata, mentre quelli che non possiamo o non vogliamo automatizzare verranno svolti con senso di cura, di responsabilità, di contributo alla collettività, perché si prova gioia nell’aiutare, soddisfazione nel costruire qualcosa insieme, orgoglio nel migliorare la vita di tuttɜ. Tutti i lavori che invece non servono a niente se non a far arricchire qualche CEO e a rubarci il tempo – i bullshit jobs di cui parlava Graeber – possono essere semplicemente eliminati. Senza rimpianti.
Per realizzare tutto questo serve ridefinire radicalmente il ruolo che lo Stato ricopre nella società: non più uno Stato padrone, ma uno Stato partner.
Lo Stato partner non comanda, non controlla, non pianifica dall’alto, ma mette a disposizione, coordina, abilita. Garantisce a ogni persona, incondizionatamente, tutto ciò che serve per vivere. Costruisce e mantiene le reti energetiche, i trasporti pubblici, la sanità, l’istruzione, la ricerca di base. Promuove la partecipazione, coinvolgendo la popolazione nelle decisioni. Ridistribuisce le risorse attraverso la fiscalità e le politiche pubbliche e garantisce che la ricchezza prodotta dall’automazione venga equamente distribuita.
Lo Stato partner, a tendere, lavora per rendere se stesso obsoleto. Perché il suo obiettivo ultimo non è coercitivo ma pedagogico: deve creare le condizioni perché la gestione possa essere affidata alle comunità stesse, affinché la società possa autorganizzarsi.
Ed è qui che entrano in gioco i commons.
I commons sono risorse condivise governate collettivamente da comunità attraverso pratiche di auto-organizzazione, gestione cooperativa e processi decisionali partecipativi. Non sono di proprietà privata, né sono amministrati centralmente dallo Stato. Sono strutturati attorno ad accordi negoziati, in cui le comunità stabiliscono e applicano regole che bilanciano l’accesso con la gestione a lungo termine. Funzionano sulla base di diritti d’uso piuttosto che di proprietà assoluta.
L’acqua, l’aria, i saperi, lo spazio pubblico, il patrimonio culturale, il codice digitale: sono beni comuni. Non possono essere privatizzati né mercificati perché, per loro natura, sono risorse che si arricchiscono con l’uso. Più persone condividono un’idea, più l’idea si arricchisce. Più persone curano un parco, più il parco diventa bello. Più persone contribuiscono a un progetto, più il progetto diventa solido.
In una società gratuitista, i commons diventano la forma dominante di organizzazione della produzione e della vita sociale. Non ci sono più aziende, non c’è più capitale. Ci sono comunità che si organizzano per gestire risorse, produrre beni, offrire servizi. Lo fanno perché vogliono, perché hanno tempo ed energie, perché provano soddisfazione nel farlo. Non c’è bisogno di un salario, perché i bisogni fondamentali sono già garantiti. Il lavoro per i commons è lavoro gratuito, nel senso più pieno del termine: non è retribuito, ma è libero.
Si inizia così a costruire un’economia non monetaria: non perché il denaro venga abolito per decreto, ma perché diventa semplicemente inutile. Se si ha tutto ciò che serve per vivere, se si può partecipare a progetti che appassionano senza dover pensare a quanto pagano, se si può contribuire alla collettività perché è quello che si vuole fare, allora a cosa serve il denaro? A comprare cose che non servono? Ad accumulare ricchezza che non si può usare?
Il capitale diventa obsoleto. Non perché qualcuno lo bandisce, ma perché non c’è più spazio per esso. Non c’è più spazio per lo sfruttamento, perché nessuno è costretto a vendere il proprio lavoro. Non c’è più spazio per la competizione, perché la cooperazione è più efficiente e più gratificante. Non c’è più spazio per l’accumulazione, perché la ricchezza non ha senso se non è condivisa.
Questa è la società gratuitista. Un mondo in cui la gratuità è la norma, perché il denaro e il capitale hanno smesso di avere senso. Un mondo in cui il lavoro è scelta, non obbligo. Un mondo in cui lo Stato è partner, non padrone. Un mondo in cui i commons sono la forma naturale di organizzazione.




