Spesso scopro con stupore (e amarezza) che molta gente a sinistra considera la Cina un punto di riferimento per la costruzione di un’alternativa al modello occidentale. Purtroppo, secondo me, il modello cinese non può essere la soluzione perché è parte del problema. A me fa orrore sia l’america di Trump che la Cina di Xi Jinping. La Cina è un regime fascista e ultra nazionalista. È stata e continua ad essere completamente funzionale al modello di sviluppo del capitalismo globale. Il capitalismo per come lo conosciamo oggi non potrebbe esistere senza la Cina. Il 50% della manifattura mondiale è prodotta in Cina. Proprio come l’Occidente, già da qualche anno ha cominciato a delocalizzare le produzioni con maggior impatto ambientale in paesi più poveri, sfruttando la manodopera a basso costo e la legislazione ambientale inesistente. Vedi il caso della Somalia nel settore tessile. Ma gli esempi sarebbero moltissimi. In più porta avanti una politica chiaramente neocoloniale con la quale si garantisce il monopolio di materie prime strategiche in cambio di infrastrutture spesso funzionali alle sue necessità predatorie ed estrattiviste. Si veda il caso del cobalto in Congo. Condizioni di lavoro disumane, lavoro minorile, sfratti forzati di intere comunità per estendere le mega miniere. Verso la fine degli anni '80, Deng Xiaoping introdusse in Cina una vera e propria economia di mercato che ha permesso la nascita di una classe imprenditoriale borghese e lo sviluppo economico che vediamo oggi. Ma questo sviluppo si è potuto realizzare, come in tutte le economie capitaliste, grazie allo sfruttamento di grandi masse di lavoratori. Ora che il benessere si è diffuso, la Cina delocalizza nei paesi più poveri per continuare a crescere sfruttando altre masse di lavoratori. Ricordiamoci che fino al 2022 era legale lavorare 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana. E ancora oggi in molte parti della Cina questa pratica di sfruttamento è tollerata. Anche perché l’unico sindacato ammesso è quello governativo. Tutto ciò secondo me non ha nulla a che vedere con il socialismo. Oltretutto il livello di welfare in Cina , anche se in progressiva crescita, è stato fino ad ora addirittura inferiore a quello delle socialdemocrazie europee più avanzate. E non solo perché era un paese più povero ma per una precisa scelta politica. Xi Jinping ha più volte ribadito che uno “stato troppo generoso crea cittadini pigri”. Anche se può sembrare assurdo, il divario tra ricchi e poveri negli USA è simile a quello cinese: negli Stati Uniti, la quota di reddito nazionale detenuta dal 10% più ricco si aggira attorno al 45% ; in Cina il valore è molto simile, superando il 40%. In Francia è solo il 25%. In Svezia il 22%. Personalmente non mi voglio rassegnare all’idea di dover scegliere quale modello di autoritarismo tecnocratico sia più efficiente. Io ancora spero in un’alternativa libertaria, antifascista e anticapitalista. Oltretutto leggendo i deliri di Curtis Yarvin e Nick Land, principali ispiratori di Thiel, Vance e si scopre che il modello cinese, sotto tanti aspetti, è il sogno più o meno inconfessabile delle destre di tutto il mondo e dei grandi gruppi economici. Ricordiamoci che le nuove tecnologie per il controllo di massa che si stanno rapidamente diffondendo in Occidente sono da tempo operative in Cina.
LucaItaliano
2 monthsIo dubito fortemente che nel cuore di qualunque socialista/comunista affascinato dalla Cina ci sia un posto per il sostegno a tutte le politiche economiche/sociali che tu hai descritto e che sono la feroce realtà. La fascinazione per la cina viene da tantissimi fronti, uno su tutti (quello che credo il più importante di cui discutere qui o comunque all’interno di degli ambienti di sinistra, di qualunque forma), limitandoci alla sfera economica, quello della pianificazione totale degli investimenti e dello sviluppo economico. Da comunista, un modello governativo che permette ad un forte potere centrale di direzionare ogni singolo yuan negli investimenti che ritiene opportuni per il proprio interesse di stato e con la possibilità di farlo con una programmazione di lungo termine è sicuramente un paradigma alternativo al modello Occidentale, dove a governare ogni logica di mercato (e anche sociale, visto che anche le politiche sociali sono ormai mercato) sono investitori privati attraverso le proprie private organizzazioni, dove le istituzioni sono costrette a piegarsi a questi gruppi di potere che sono tali perché detengono il potere economico. Ora, sarebbe davvero ingenuo però non notare che da tutta l’equazione cinese, spesso (non sempre, questo va sottolineato, a differenza di quanto io credo accada dentro l’impero americano), manca la cosa che regalerebbe a questo paradigma tutta la stima di ogni comunista nel mondo: il benessere dell’individuo. Se è vero che ogni Yuan è spostato dalla mano statale secondo gli interessi della Cina in quanto Stato, è vero che raramente l’interesse “della Cina” non coincide sempre con l’interesse “dei Cinesi”, inteso con la logica socialista. Per la visione socialista, il benessere (l’interesse) del popolo non si misura (solo e necessariamente) con lo strapotere economico statale, con l’egemonia culturale nella regione, con la leadership mondiale, con la costruzione dell’immagine della potenza giusta che non necessita di squilibrati interventi militari mossi dagli interessi di logge di CEO assetati di altro potere e denaro … Il modello cinese (anche se questo risulta così sfaccettato che probabilmente non ho le capacità analitiche di poterlo chiamare tale avendo ben chiaro in mente cosa sia) è ad ora una alternativa che poggia su alcune basi non molto lontane da quelle americane, ma anche su altrettante opposte. Non abbiamo davanti alcun modello perfetto se guardiamo la Cina, manco lontanamente. Ma dopo secoli vediamo un modello alternativo a quello Americano e che riesce a sopravvivere (anzi, è in ascess verticale). È quello che vogliamo? No, è un timido passo verso il collasso del nemico peggiore, non l’affermazione di un esempio da seguire. Ma la fascinazione per queste caratteristiche che abbiamo elecato, l’apertura alla cultura cinese, allo studio dell’evoluzione della società cinese etc aprono orizzonti di sperimentazione alternativi a quelli egemonici e per questo affascinanti.
AgonioItaliano
2 monthsAbbiamo storie diverse e quindi ci evolveremo in modo diverso.
Nella discussione socialista occidentale, la Cina può avere una utilità precisa: dimostrare che un modello interamente libero e caotico dell’organizzazione delle risorse è inferiore ad uno in cui la ricchezza e il potere servono per lo meno obiettivi coerenti e di lungo termine.
Ma concordo col post che non può essere presa come esempio di socialismo. Infatti nella mia bussola politica basata sulla distribuzione di potere e ricchezza, la Cina sarebbe sulla destra. Anche per questo critico il Political Compass originale.
Abbiamo moltissimo in più da imparare dal Rojava che dalla Cina. Ma in ogni caso, in quanto europei, dobbiamo essere noi a sviluppare il nostro prossimo sistema, prendendo ispirazione sì ma comprendendo il nostro popolo e la nostra storia.
natItaliano
2 monthsAllora, la questione mi interessa molto proprio per la sua complessità. Tutto quello che scrivi è vero, però mi sembra che nel tuo discorso ci sia la solita pecca eurocentrista di applicare categorie occidentali a mondi e culture millenarie che hanno prospettive molto diverse.
Il mio fascino verso la Cina non deriva da una volontà di applicare il loro modello politico e sociale, sarebbe una follia paragonabile a quella di voler “esportare la democrazia”. Ogni popoli, ogni regione del mondo ha i suoi equilibri, le sue tradizioni, le sue peculiarità e la il diritto di autodeterminarsi. Diritto che in tutta onestà non vedo negato in Cina, o per lo meno non di più di quanto lo sia nelle nostre “democrazie” occidentali.
Il discorso è più complesso perché non si può pensare di iniziare a costruire oggi una società socialista / comunista con i paraocchi : lo scenario politico - economico globale è il vero ostacolo, molto di più che il raggiungimento del consenso interno. Penso che la Cina sia importante perché sta creando le condizioni per uno shift geopolitico, che superi l’egemonia degli Stati Uniti per puntare a un mondo di ordine ed equilibrio fondato sui reciproci interessi economici, senza interventismo, e senza mettere bocca sulle forme di governance che ogni Stato adotta. Non penso che ciò sia l’orizzonte ideale, ma un primo passo indispensabile sì. L’alternativa continua ad essere la trazione occidentale a guida Statunitense come erede di quella Europa, che ha portato ad orrori così grandi che sembravano impossibili anche solo da immaginare.
La Cina non ha mai invaso uno Stato sovrano, è stata però inavasa più volte da europei e giapponesi, ricordiamolo. Penso che anche come Europa una partnership strategica con la Cina sia in questo momento l’unica possibilità per distaccarsi dalla dipendenza nei confronti degli Stati Uniti.
Inoltre la Cina sta costruendo in know-how sulla realizzazione di infrastrutture e automazione che sarebbe estremamente prezioso per il progetto gratuitista.
In sintesi: vogliamo adottare il modello cinese? No. Vogliamo un mondo più cinese e meno statunitense? Sì.
- adrianoItaliano2 months
Io tenderei a distinguere tra uno dei principi cardine del movimento operaio e socialista, ossia l’internazionalismo, e quello che tu definisci “pecca eurocentrista”. L’internazionalismo ha sempre affermato la fratellanza e la solidarietà delle lavoratrici oltre i confini nazionali. Sostiene che la lotta di classe non ha confini e che il vero nemico è il capitalismo globale. Ha sempre sostenuto che la classe operaia di tutto il mondo condivide gli stessi interessi di emancipazione. Ma soprattutto ha sempre riconosciuto che l’espansione economica di stampo capitalistico crea sfruttamento e disuguaglianze su scala globale. Secondo me non andrebbe confuso il rispetto dovuto a tutte le culture e a tutte le forme di autodeterminazione con la complicità nello sfruttamento sistematico di enormi masse di persone da parte di un sistema tecnocratico ultra autoritario. L’imperialismo “mercantile” cinese è diverso da quello militare statunitense ma altrettanto dannoso. Prima di tutto sta diffondendo in tutto il mondo un modello di sviluppo e consumo capitalista. Perché è proprio su questo che fonda la sua grande fortuna ed espansione economica. E poi le sue forme di sfruttamento neocolonialista dei paesi più poveri impediscono, o quanto meno rallentano di fatto, una reale emancipazione e autodeterminazione. Oltretutto anche sul piano militare qualcosa sta cambiando. La Cina ha costruito una gran base militare in Africa e sono presenti nel continente africano diverse milizie private che aiutano le grandi compagnie estrattive a mantenere l’ordine con la forza, se necessario. Non possiamo veramente cadere nell’inganno che il capitalismo cinese sia più buono, perché si fonda esattamente sulle stesse dinamiche di sfruttamento del capitalismo occidentale. In questo momento ne costituisce il motore principale. Quale diritto all’autodeterminazione è concesso ad una persona costretta a lavorare 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana? Andate a vedere come gli imprenditori cinesi stanno riproponendo questo modello in giro per il mondo. A Prato, in Italia, ci sono vere e proprie fabbriche lager con la manodopera, spesso indiana, costretta a vivere reclusa in fabbrica. Come può questo modello essere compatibile con una prospettiva gratuitista e postlavorista?
- aledeb_Italiano2 months
Come alternativa direi proprio no. Sono apprezzabili i progressi del mondo Cinese, i loro traguardi raggiunti in pochissimi anni, lo sviluppo dell’automatizzazione (…). Detto questo però bisogna interrogarsi: ha veramente senso tutto questo progresso se non lo si adatta alla società prima di tutto? La Cina è passata da realtà principalmente contadina a potenza con società sempre più vicina ad una realtà post-industriale. Questo ha provocato un’enorme differenza tra località rurali e cittadine e ora un’osservabile preoccupazione per i lavoratori dinanzi ad un’automatizzazione imponente (attenzione alla notizia: Cina contro sostituzione del lavoratore con AI, quanto sentenziato non condannava tanto quanto diffuso, ma le modalità). Il lavoratore cinese ha sicuramente riscontrato miglioramenti dinanzi il passare degli anni, tuttavia, lo sfruttamento è ancora molto presente, con orari inimmaginabili e paga non ancora adeguata, molto più bassa di quella dei dirigenti. Una società del genere non può essere dunque vista alternativa da chi vuole riduzione delle ore di lavoro, redistribuzione di beni e un’automatizzazione controllata a beneficio di tutti



