In Italia esiste una legge poco discussa ma estremamente potente: il Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 68, che recepisce le norme sul “divieto di elusione delle misure tecnologiche di protezione”. In pratica, rende reato modificare, riparare, adattare o migliorare moltissime tecnologie digitali, anche quando le abbiamo legalmente acquistate.
Questa legge non nasce per proteggere i cittadini, né la cultura. Nasce per difendere i modelli di estrazione di rendita delle Big Tech statunitensi, imponendo anche in Europa un equivalente del DMCA americano. È uno degli strumenti principali con cui poche multinazionali controllano software, hardware, dati, riparazioni, filiere industriali e, sempre di più, interi settori della vita quotidiana.
👉 Abolirla non sarebbe un gesto simbolico. Sarebbe un cambio di regole del gioco.
1. Spezzare il ricatto tecnologico delle Big Tech (vantaggio per tutti)
Oggi intere società dipendono da:
- software che non possiamo controllare,
- dispositivi che non possiamo riparare,
- infrastrutture che possono essere “spente” da remoto,
- sistemi chiusi che estraggono dati e denaro senza alternative reali.
Il D.Lgs. 68 rende illegale difendersi: bloccare la sorveglianza, rimuovere funzioni predatorie, creare client alternativi, interoperare, automatizzare davvero.
Abolirlo significherebbe:
- permettere strumenti di de-sorveglianza,
- ridurre l’estrazione forzata di dati personali,
- abbassare i costi dei servizi digitali,
- restituire controllo tecnologico a cittadini, scuole, ospedali, enti pubblici.
Questo non è un vantaggio per “gli imprenditori”, ma per chiunque usi tecnologia (cioè tutti).
2. Automazione vera = meno lavoro coatto, non più precarietà
Parliamo sempre di “automazione”, ma quella attuale è falsa:
- le macchine sono automatizzate,
- le persone sono bloccate da licenze, DRM, cloud obbligatori, abbonamenti, lock-in.
Il D.Lgs. 68 impedisce:
- la modifica di macchinari industriali,
- l’uso di software alternativi,
- l’automazione distribuita e locale,
- l’adattamento delle tecnologie ai bisogni sociali.
Abolirlo permetterebbe una automazione orientata alla popolazione, non al profitto:
- meno lavoro inutile,
- più beni e servizi a costo marginale vicino allo zero,
- riduzione strutturale dei prezzi,
- possibilità concreta di ridurre l’orario di lavoro.
L’automazione, se non è bloccata artificialmente, libera tempo di vita.
3. Un precedente alla “Irlanda”, ma per il bene comune
L’Irlanda ha dimostrato una cosa fondamentale: basta un solo Paese che cambi le regole perché l’intero sistema globale inizi a spostarsi.
Ha usato la propria sovranità per:
- attrarre capitali,
- alterare i flussi globali,
- forzare tutti gli altri ad adattarsi.
L’Italia potrebbe fare lo stesso, ma in modo socialmente utile:
- diventare il primo Paese europeo senza leggi anti-circumvention,
- permettere legalmente la modifica delle tecnologie importate,
- diventare un polo di strumenti di liberazione tecnologica.
Una volta che questi strumenti esistono e circolano online, non possono essere fermati. Gli altri Paesi sarebbero costretti a seguirci.
4. Sicurezza nazionale e resilienza sociale
Affidare tutto a tecnologia chiusa americana significa:
- accettare che un governo straniero possa ricattarci,
- rischiare blocchi improvvisi di servizi critici,
- rinunciare a una reale sovranità digitale.
Abolire il D.Lgs. 68 significa:
- poter ispezionare e modificare sistemi critici,
- ridurre il rischio di “kill switch” remoti,
- costruire infrastrutture realmente indipendenti.
Questo non è ideologia, è autodifesa collettiva.
5. Perché oggi la “crepa” esiste davvero: i dazi hanno rotto il ricatto
Nel 2001, quando gli Stati Uniti riuscirono a imporre al resto del mondo leggi analoghe al DMCA, il meccanismo di ricatto era semplice ed efficace: obbedite, o vi colpiamo con i dazi.
In quel contesto, la minaccia funzionava perché:
l’accesso al mercato statunitense era relativamente stabile e prevedibile;
esportare negli USA era vitale per molte economie;
i governi potevano “giustificare” leggi impopolari dicendo che erano il prezzo da pagare per evitare danni economici peggiori.
Il D.Lgs. 68 in Italia nasce esattamente dentro questo quadro: non come scelta sovrana, ma come atto di sottomissione preventiva al ricatto commerciale americano.
Oggi, però, quella leva non esiste più.
Gli Stati Uniti hanno già imposto i dazi. In modo caotico, arbitrario, intermittente, spesso scollegato da qualsiasi comportamento reale dei partner commerciali. Il messaggio implicito è chiaro: non importa quanto tu sia “allineato”, l’accesso al mercato USA non è più garantito.
E questo cambia tutto.
Se i dazi arrivano comunque:
non c’è più nulla da “evitare” obbedendo;
il costo politico di mantenere leggi impopolari diventa puro autolesionismo;
la paura di ritorsioni perde forza, perché la ritorsione è già in atto.
In altre parole: il ricatto è bruciato.
Nel 2001 la scelta era: “accettate il DMCA o vi puniamo”. Nel 2025 la realtà è: “vi puniamo comunque”.
Questo apre uno spazio politico che per 25 anni è stato sigillato:
rimettere in discussione le leggi anti-circumvention,
smettere di proteggere rendite straniere a costo del benessere interno,
usare la sovranità normativa non in difesa, ma in offensiva.
La “crepa” non è un evento morale o culturale: è materiale. Nasce dal fatto che la minaccia che teneva in piedi l’intero sistema non funziona più.
E quando un sistema di potere continua a esigere obbedienza senza più offrire nulla in cambio, la disobbedienza diventa razionale.
È esattamente in momenti come questo che cambiano le regole del gioco.
Non si tratta di credere che “le cose miglioreranno da sole”. L’ottimismo è passivo. La speranza è agire sapendo che ogni passo apre nuove possibilità.
Per 25 anni ci è stato detto che queste leggi erano inevitabili. Oggi il sistema che le imponeva è in crisi. Le tariffe, il caos geopolitico, la fine della fiducia cieca nei monopoli tecnologici hanno aperto una crepa.
Una crepa basta.
Abolire il D.Lgs. 9 aprile 2003, n. 68 non è una riforma tecnica. È una scelta di campo: tra una società bloccata dall’estrazione di rendita e una società che usa la tecnologia per vivere meglio.
Non è una battaglia per le imprese. È una battaglia per il tempo, la libertà e la dignità di tutti.
Ora non serve lamentarsi che la porta sia solo socchiusa. Ora serve spingere.


