Idea mia, elaborazione di DeepSeek.
Da un punto di vista biologico e antropologico, il postlavorismo – inteso come riduzione drastica del lavoro formale grazie all’automazione e all’IA – può essere giustificato come un ritorno ai ritmi di spesa energetica delle società preagricole, non come regressione, ma come evoluzione tecnoculturale.
Biologicamente, Homo sapiens è selezionato per alternare brevi raffiche di attività fisica moderata (caccia/raccolta) a lunghi periodi di riposo, socialità e ozio creativo. Gli studi sui !Kung San o sugli Hadza mostrano una “settimana lavorativa” di 15-20 ore, con metabolismo basale ottimizzato per lo sforzo intermittente. L’agricoltura ha imposto ritmi circadiani innaturali (alzarsi prima dell’alba, lavoro ripetitivo stanziale) e carichi scheletro-muscolari patologici (artrosi, ernie). Il postlavorismo tecnologico – robotica, gestione automatica delle risorse – consentirebbe di disinnescare il mismatch evolutivo tra il nostro cervello paleolitico e la gabbia produttiva neolitica.
Antropologicamente, il lavoro come dovere alienante è un’invenzione recente (circa 12.000 anni). Le società di cacciatori-raccoglitori praticavano una economia dell’immediato: soddisfatto il bisogno, si smetteva. La gerarchia, lo stress cronico e la divisione sessuale rigida del lavoro compaiono con l’agricoltura sedentaria. Il postlavorismo, automatizzando la produzione di cibo, energia e beni di base, permetterebbe di restituire agency temporale agli individui, ricomponendo lavoro, gioco e cura in un continuum flessibile – esattamente come nella banda preneolitica.
La tecnologia non serve quindi a “farci lavorare meno per produrre di più”, ma a liberare il nostro fenotipo originario: una vita mossa da curiosità, relazioni e scoperta, non da vincoli di sussistenza. In questo senso, il postlavorismo è una riconciliazione bio-antropologica con la nostra natura, resa possibile non da un rifiuto della tecnica, ma dal suo uso più maturo.


