Da lungo tempo ormai si è consolidata questa indebita appropriazione da parte della destra neofascista dell’opera di Tolkien. Non stupisce, visto il costante desiderio dei nazisti di agganciare alla loro ideologia suprematista una dimensione magico-religiosa, costruendo narrazioni esoteriche legate al mito delle popolazioni nord-europee precristiane. Così, oggi, Tolkien si trova intrappolato in quella dimensione fantastica da lui stesso immaginata, insieme ad Artax, ad Atreju, e a tanti elfi e hobbit senza paura e contro l’aborto. Mi preme, a questo punto, precisare cosa intendo per dimensione magico-religiosa, dal momento che è impossibile non registrare la tendenza diffusa, nel nostro mondo, a tentare di stabilire una cesura netta tra magia, spiritismo, occultismo, cabale e simili da un lato e religioni rivelate dall’altro; e con religioni rivelate intendo qualsiasi fede nel divino disegno intelligente regolata da un corollario di norme e rituali ritenuti sacri, astenendomi dall’esercizio di provare a definire se l’esatta collocazione della cesura sia da spostare un po’ più in qua o un po’ più in là, così da ascrivere o meno le religioni non millenarie piuttosto che quelle non dotate di libro sacro nell’alveo dell’una o dell’altra categoria. Voglio precisare, cioè, che divino e magico, in questo mio discorso, siano da intendere come appartenenti al medesimo universo immaginario, e funzionali a fornire al discorso ideologico una presunta legittimazione superiore, trascendentale e incontestabile. Così, tornando al punto, il Dio Onnipotente deve necessariamente legittimare l’ideologia del supposto Superuomo, e Tolkien, suo malgrado, in coabitazione con il Padreterno, è stato scelto e cooptato. Questa sovrapposizione di universi fantastici è una vera ed inquietante costante, dal momento che, estendendo l’orizzonte dello sguardo ai nuovi fascismi tecnocratici neocolonialisti, ritroviamo figure e concetti come anticristo, armageddon, contea, hobbit, coabitare lo stesso ecosistema ideologico. Quello che mi preme qui non è tanto indagare il nesso tra suprematismo ed elementi culturali (o pseudo-culturali) in larga parte mutuati dall’estetica nord-europea, tra medioevo cristiano, epopee vichinghe e miti celtici, che vengono presentati come conseguenziali tra loro e facenti parte di un’unità ontologica, storicamente determinata dalle caratteristiche biologiche della popolazione di questi luoghi, che definisce l’identità originaria e incorrotta, attraverso lo scorrere del tempo, dell’uomo bianco europeo, assegnandogli specifiche caratteristiche “naturali” e destini soprannaturali. Quello che mi interessa è soprattutto osservare come questa operazione di colonizzazione culturale assolva a una funzione decisamente più prosaica e puramente umana, ma non per questo meno cruciale ed efficace: quella cioè di disporre di un immaginario estetico come primo punto di approdo di un’ideologia “razziale” che si presenti, inizialmente, come spazio politicamente neutro, nel cui humus far crescere un’idea di appartenenza identitaria, e sulla quale poi innestare i germi dell’ideologia suprematista. La distinzione netta e insuperabile tra un bene assoluto e un male assoluto, distinzione che si applica sia alla dimensione umana, naturale, che a quella divina e soprannaturale; lo stato di guerra perenne e inevitabile tra i due assoluti e il conseguente imperativo, non solo di essere sempre pronti alla lotta, ma soprattutto di assegnare alla pratica della guerra il ruolo di valore fondante, ineludibile e caratterizzante dell’essere umano, per portare la dimensione dello scontro fisico in ogni ambito dello spazio sociale, innalzando la violenza contro l’altro da sé al ruolo di prassi politica. È questo il terreno che prepara l’opera di circonvenzione delle menti prive di anticorpi, e l’universo di Tolkien agisce da fertilizzante grazie al quale sedurre, per poi circuire e in ultimo forgiare nuovi soldati da far confluire nell’esercito. E mentre la separazione tra l’elemento naturale e quello ultraterreno è estremamente labile, permettendo vari livelli di sovrapposizione e permeabilità tra l’uno e l’altro, Bene e Male si fronteggiano opposti e inconciliabili, separati da un confine netto e invalicabile, quello stesso confine che separa il Noi dagli Altri. Tuttavia, dietro a questa che potrebbe apparire come una complessa architettura di natura deterministica, non vedo l’opera di un disegno intelligente, quanto lo spontaneo appropriarsi di elementi mistico-estetici selezionati nel tempo sulla base della loro esperita opportunità. Un opera, cioè, di “selezione naturale” casuale, che trova nel genere fantasy l’ambito perfetto per ridurre la complessità della condizione umana, sostituendo l’osservazione delle cause materiali che agiscono e concorrono, quelle sì, nel determinare la struttura della società umana, con l’accettazione fideistica che queste forze siano entità immutabili di natura soprannaturale, e che quella tra Bene e Male e sia una guerra totale, perpetua ed efferata. In ultima analisi, questo universo identitario arriva a colmare o quantomeno soccorrere l’inconsistenza dei principi etici dell’ideologia suprematista e la povertà delle risposte che l’ideologia stessa propone. A questo punto, perciò, mi chiedo se abbia effettivamente senso impegnarsi nel tentativo di decolonizzazione l’universo fantasy di Tolkien dal fascismo, che ci si trova così comodo, o se, piuttosto, data la natura abbastanza elementare dell’opera (o di quanto di quest’opera i fascisti abbiano scelto di appropriarsi) non sia più efficace ribaltarne la prospettiva, dando ai protagonisti di questa colonizzazione il nome che meritano, trasformando questi supposti Gandalf e Bilbo Baggins in Saruman (che come i veri fascisti è un impostore e un traditore), Troll (mai nome fu più calzante), e orchi vari, e chiamare Mordor quello che loro definiscono “Contea”. Una menzione speciale la merita la kermesse neofascista “Atreju”, visto che Michael Ende, l’autore tedesco de “La storia infinita”, di cui il personaggio di Atreju è un protagonista, disertò dall’esercito del terzo reich entrando a far parte di un’associazione antinazista! “Gollum” sarebbe certamente un nome più azzeccato per quella manifestazione di rabdomanti della spiritualità e campioni di povertà intellettuale.
Liberare Tolkien?
Italiano
