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Cake day: March 12th, 2026
  • ma sai che l’ho fatto… ho notato anch’io che si sono sminchiati… anzi, avendolo scritto metà su Lemmy, e da quando ho raggiunto il limite dei caratteri sull’editor offline, mi è apparso ancora più evidente quanto fosse “compatto” su qui, rispetto al respiro che gli avevo dato… mi spiace davvero, ma non son stato io… loggiuro

  • Questo non vieta di creare le altre stanze dove progettare, discutere, dibattere, scannarsi (facciamolo! Serve anche questo!); ma tutto questo non dovrebbe mai perdere di vista la possibilità di decomprimere nella zona pozza, oppure di alternare settimane di pozza con settimane di lavoro, ma sta alla singola persona, la scelta di cosa si necessiti in quel momento… e, anzi, la cosa bellissima della collettività, è esattamente che il flusso delle cose che accomunano le persone, è più importante e immanente delle singolarità. Questo oltre ad aiutare a rinvigorire le forze nelle singole persone, quando invece si scontra con i nodi, dovrebbe essere sempre ricordato che può portare a tante reazioni belle, nel senso di felici (nel senso di generative - l’orginale etimo della felicità). Le idee sono soggettive, ma i solipsismi sono il male, perché implicano silenzi, e il male è sempre nel non detto. Dire qualcosa, lo cambia intrinsecamente, lo fa apparire diversamente anche alla persona che l’ha pensato. Figurarsi quanto cambi un’idea, quando incontra quella altrui. Siamo noi bambine perse e sperdute, che ci attacchiamo alle nostre idee per non dover affrontare il lavoro e lo sforzo di dover ammettere di essere fallibili, per non dover affrontare quello che la famiglia e la società ci hanno inculcato dell’ESSERE un fallimento, invece del semplice AVERE fallito. Il fallimento è parte del processo, evitarlo e negarlo è come negare la morte. Il lavoro che va fatto, anche da persone esterne alle diatribe, è il ricordare e alimentare il lavoro che sta dietro all’esistenza della diversità. Il conflitto nasce dalla diversità, ma da essa nascono un sacco di cose splendide, soprattutto quando si sa andare oltre il conflitto, decostruirlo, disinnescarlo, digerirlo, imparare a prevenirlo. Quindi ecco che entrano in gioco i protocolli. La cosa che ci si trova sempre a spiegare anche a certe persone che si definiscono anarchiche, è che le regole esistono. Esistono in natura e la cosa più importante e utile che si possa fare è conoscerle. Imparare dalle regole è fondamentale, soprattutto per farle evolvere. Le regole migliori sono le più liquide, quelle che si adattano meglio a ogni possibile caso, quelle che non s’irrigidiscono in dogmi o che non vengono calate dall’alto per influenzare il flusso. Le regole migliori sono quelle composte dal maggior numero di parti e che elenchino e annoverino il maggior numero di eccezioni. Le eccezioni sono parte delle regole, come il non decidere è una decisione, come il non comunicare è una comunicazione. Ed esattamente come in origine, felice era il campo rigoglioso, il terreno fertile, le migliori regole, sono quelle radicate in un ambiente, in un humus felice, fertile, che dal basso raccolga il maggior numero di nutrienti dal terreno e cresca verso l’alto portando fiori e frutti perché l’habitat prosperi. La biodiversità rende il terreno stesso migliore.

    Quindi ecco, da una parte spero che la velocità tecnologica che ci ha assuefatte alla dopamina del tutto subito, non influenzi troppo questo circolo vizioso del credere che se non c’è presabene in ogni momento, allora ci scende e non ha senso andare avanti; dall’altra la creazione di protocolli è un elemento fondamentale per la gestione di organizzazioni eterogenee, che possono avere emanazioni in cui questi protocolli si affinano in regole, e zone in cui possono essere analizzati e modificati perché evolvano e prevengano ulteriori problemi. Un’appendice della bellezza della comunità che dicevo prima, è che come vorremmo tutte essere accettate per quel che siamo (sempre noi si sappia chi siamo), ci portiamo dentro una tendenza a giudizio e arroccamento, che ci fa credere che i cazzi altrui siano importanti… e invece no, cazzarola… se una persona vuole stare nel movimento per farsi portare dalla corrente e non fare un cazzo, ben venga! Se un’influencer vuole usare il vessillo gratuitista per fare ascolti, è la benvenuta! Se dice cazzate, il movimento avrà gli anticorpi per rendere vapore quel che afferma o dichiara, perché avrà protocolli, consenso, voglia, iperstizioni, che saranno ben più forti di qualsiasi singola emanazione… soprattutto se lontana o contraria ai principi che si promulgano (basta osservare lo stesso accelerazionismo… quando si accenna questa parola, le poche persone che ne hanno sentito parlare, spesso lo legano alla destra… e quanto è bello e rinvigorente poter spiegare che esiste e ha senso quello di sinistra?!). Insomma, sono qui per ricordare che quel che ci unisce è esattamente quello di cui si ha bisogno per alimentare quello che unisce… eheh… mangiamo presabene per non dover sempre sprigionare presabene, perché anche questo retaggio prestazionale è un qualcosa che nella pozza non ha senso. Per essere belle, l’importante è provare a essere belle, chi assona alla bellezza profonda, la sentirà.

  • visto che nei commenti ci si sta interessando alle parti organizzative, io, ovviamene, parto col parlare del mood, del perché ti sia venuto di scrivere un post del genere. La prima cosa che ho pensato nel veder sorgere i malumori è: “oh, anche qui succede”, e non l’ho per nulla visto come una cosa brutta. Vengo (e sono tuttora) da un’organizzazione artistica anarchica, il soggetto principale che ci unisce è la poesia, il movimento che ci sta dietro è una famiglia che crea TAZ e fa accadere la poesia insieme con il pubblico, insomma, un’isola felice e ben viva… col tempo è successo un po’ ovunque che ci si accorgesse che comportamenti poto etici accadessero tra le persone (questioni di genere e abusi). Una delle cose più forti è stata lo scoprire che potesse accadere in un ambiente tanto aperto e “avanti”, insomma, si sta parlando di un luogo in cui le persone dicono di essere in contatto con le proprie emozioni e la propria sensibilità… il Dunning-Krueger ci sguazza, nel farti credere che chiunque sposi un movimento del genere, abbia una certa sensibilità. Beh… non è così. E ripeto che sono fortunatissimo e privilegiatissimo nell’aver fatto errori, nella vita, che mi hanno portato a comprendere e prendere queste cose con una certa attitudine e “calma” (forse è che la ricerco molto, questa calma, e quindi se non prendo le cose con calma, non ce la faccio). Ma questa calma mi ha permesso, di là, di poter mantenere una posizione serena di cura e accoglienza sia verso le persone abusate, che quelle abusanti, non facile, non ancora chiusa o risolta, ma è un ottimo esercizio e spero porti sempre più a protocolli che evitino il ripetersi di cose, tanto quanto aiutino a comprenderle e decostruire. La cosa che è importante, secondo me, è che non si consideri mai finita. E anche qui, per quel che è successo, il pensiero che gli scazzi esistano, è fondamentale e importante. Ed è importante pensare che non ha senso tentare di risolverli a forza, ma soprattutto in fretta. Una delle cose che più detesto della tecnologia, è la gente… eheh La cosa bella della tecnologia è che permette alla gente di fare un sacco di cose per cui avrebbe dovuto impiegare anni, in pochi secondi. Questo porta a due cose: un impigrimento che ci rende incapaci di impegnarci a lungo (o anche solo un poco) per qualcosa che vorremmo, una fretta insana che ci riempie di dopamina (sorella a lama doppia, come c’insegna la depressione). E nel ciclo della vita, l’infantilismo si è protratto sino all’età avanzata, quindi non ci sono più passaggi netti di responsabilizzazione e crescita, che mettono di fronte le persone a una definita presa di coscienza e responsabilità. Questo per dire che è verissimo e sacrosanto che questo movimento È, si fonda, necessita e avrà sempre bisogno di presabene, è una delle cose che mi ha colpitissimo di te, dibi, e durante gli incontri, anzi, durante le chiamate del martedì, che tanto sembrano distrutte in quest’ottica che hai riportato. Un’altra cosa che vorrei immettere nel pensiero e che mi porto dietro dall’adolescenza è l’essere stato astemio per quasi tutti gli anni in cui ho iniziato a suonare con le band. Per dire, il mio gruppo più spaccone, dai 18 ai 32 anni si chiamava Hemphead, facevamo reggae-metalcore, l’altro cantante ha fatto periodi in cui se non aveva bevuto il 5 cuba libre non saliva sul palco (e ci sono stati vari concerti in cui non s’è presentato o s’è schiantato nel tornare a casa), insomma, sono stato la balia di bambini per un bel po’, e ho ben presente come sia il contrasto interno tra la voglia, la ricerca e la speranza di fare uno spettacolo che dia il massimo alle persone e il vedere membri della tua band che non sanno dove siano, figurarsi cosa debbano suonare… e nella mia mente e nel mio spirito sono riuscito, dandomi tempo, a conciliare le cose, a vedere lo spasso, accoglierlo, farne tesoro, goderne anch’io e incanalarlo verso chi era lì anche per quello… in fondo le rock-star sono rock-star… se il pubblico vede uno sche sviene a metà canzone, si gasa… ahah quindi da una parte comprendo infinitamente la necessità di chi vorrebbe che decisioni e partito venissero accelarate perché è il modo che ha interiorizzato di prendersi delle responsabilità, ma dall’altra ho, per fortuna, imparato sulla mia pelle che la maggior parte degli approcci, se hanno un fine comune e una cura, un’attenzione, un’intenzione e un’intelligenza comune di fondo, sono conciliabili. Il perché è semplice: la volontà. Sappiamo benissimo come ci si senta a essere le persone che fanno le cose: ci siamo trovate in situazioni in cui 20 persone dicono “facciamo questa cosa!”, 10 si attivano realmente per farla e la pianificano, 8 portano idee, 5 progettano di ralizzarle, 2 le fanno… forse. Questo posto non è naturalmente immune a questa dinamica e ci sono e ci saranno sempre persone che diranno di essere affini, ma non faranno nulla, ci sono persone che parleranno e ci sono persone che faranno. A me sembra che qui ci siano tante, tantissime persone che abbiano un’infinita voglia di fare e che fanno. Questo porta ovviamente a un discrimine più fine, il campionamento è più serrato, come la storia degli inuit che hanno 70 parole per descrivere la neve (e i milanesi 7 per definire la nebbia… eheh). Tra le persone che vogliono decidere le cose subito e credono più o meno fermamente che certi mezzi siano necessari per raggiungere lo scopo, e le persone che credono si possa raggiungere decostruendo in sé e nelle altre persone certi processi che portano con sé delle problematicità, la cosa che mi piacerebbe si analizzasse è esattamente lo scontro in sé, il fatto che ci sia. Lo scontro È retaggio di dualismi e fretta e colonialismo-capitalismo-patriarcato… e non è un’accusa, è una necessità. È sacrosanto che esista lo scontro, ma mi piacerebbe non ci si fermasse a stigmatizzarlo e renderlo una cosa più grande di quella che è. Se lo scontro porta a gente che sente scendere la presabene, è perché ci si è, in qualche modo, incastrate nello scontro. Lo scontro è e deve essere analizzato nel flusso della presabene. Anche la presabene non deve essere performativa. Anzi, nell’ottica stupenda che questo movimento mi ha rinvigorito dentro: la presabene ha bisogno di una sostanza, dietro, che la legittimi e la rinvigorisca. Quindi se vogliamo che dall’esterno (ma anche internamente) si veda un movimento bello, carico, vivo, vivace e libidinale, si potrebbe fare soltanto feste, lanciare meme e iperstizioni estreme, ma se dietro non ci fossero studi e riflessioni e interesse e cura e curiosità, si sarebbe vapore. Ecco, dietro e dentro a questo, ci metterei lo scontro stesso. Magari lo chiamerei nodo, già per delineare e aiutare la mente ad accogliere quel che potrebbe essere. Ci sono nodi e i nodi si formano, spesso, anche nolenti. Affrontare i nodi a posteriori, come spero vi sia capitato di fare, richiede un’infinita tenerezza e calma e pazienza. Non è tagliandoli che risolviamo il nodo, abbiamo solo tagliato ed evitato il problema. Non è assolutissimamente tirando, che si risolvono i nodi. I nodi si risolvono pensando, provando, interessandosi, studiando, accogliendo e scusandosi (quando sono nei capelli, le scuse sono d’obbligo, bisogna sperare nella pazienza della persona capelluta). Quindi personalmente comprendo di essere arrivato molto più tardi di tante altre persone (e tanto tardi nella mia voglia di esserc), ma se potessi portare un pochino di calma e presabene nelle persone che hanno sentito di volersi tirare fuori dai nodi, oppure in quelle che sentono e credono che tirare per raggiungere in fretta un risultato, mi piacerebbe poterlo fare. Nelle mie possibilità e capacità, vorrei poter mediare o aiutare a sintetizzare, fare da cuscino o materasso (13 anni di direzione del doppiaggio portano per forza a una buona dose di maieutica e moderazione… “cagna maledetta” è una delle gag più reali del mondo). Perciò comprendo e, ovviamente, sostengo questa tua necessità di sospendere la partecipazione alle chiamate del martedì, ma vorrei portare avanti l’istanza che siano state, siano e possano ancora essere delle fantastiche occasioni per stare nel chill, senza che l’occasionale intervento di persone esperte o, qualche volta, l’iperstizione accelerata, le rendano forzatamente degli appuntamenti pesanti (soprattutto la presenza di persone esperte! A me la presabene nel trovare persone che “rendono più reale” quel che nella testa e nelle discussioni tra persone che hanno sogni, potrebbe sembrare solo vagheggiare, mi fa venire una voglia di andare avanti, che è ancora più felice). Quindi non vedo tutto questo male né nel mantenere un appuntamento fisso, né nel tentativo di mantenerlo chill… la zona che si crea in jitsi/accels, secondo me, potrebbe restare la saletta delle canne, quando c’erano le discoteche che facevano afro. Per esempio, secondo me il cambiamento repentino che c’è stato nell’adottare e usare la dicitura “ordine del giorno”, è stato un esempio di retaggio infimo di un mondo che vorremmo decostruire: un’adunata chill non ha senso che abbia un ordine del giorno… eheh magari un tema, magari una domanda, magari 100 domande, magari suggestioni, magari necessità, ma non un ordine del giorno… e, soprattutto, non una ferrea e dogmatica necessità di attenercisi… siam capibara nella pozza, se creiamo tensione è soltanto una nostra volontà o una nostra incapacità di toglierci di dosso una sporcizia e una sovrastruttura che ci portiamo dietro da quando eravamo correvamo a terra.

3 months

Pur conscio di stare piazzando idee che possono andare dimenticate come lacrime nella pioggia, vorrei solamente buttare giù qualche pensiero, perché mi sembra possa essere utile. Non dovesse esserlo, andrà dimenticato e va bene così.

Da come ho percepito, avvicinandomi a questo movimento, e che m’è piaciuto sempre più, è che il partito capibara dovrebbe essere uno strumento potente nelle mani di un movimento ancora più incredibile. Quindi senza troppe questioni terminologiche e ghettizzanti: nel movimento chiunque immette energia, nel partito sta chi crede di poter incanalare quell’energia verso un’utilità pragmatica. I due insiemi non devono coincidere, ma non ha nemmeno senso pensare al partito come a un semplice insieme, dato che, come esiste il partito, esistono scintille di altra natura (REPA, collettive, TeleBulbo, …) che fanno parte del movimento e lo alimentano. La cosa bellissima di una collettività è che alleggerisce la persona singola dalla performatività e dalla necessità di affermazione. Quando sento qualcuno che la pensa un po’ come me, io sono grato già solo per il non sentirmi solo, quando poi questa persona mi permette di avanzare col mio pensiero, allora lì scatta un legame ancora più forte. Questa medesima cosa accade quando incontro una persona che non la pensa come me, ma che ha la cura di mettersi in discussione quanto me. Io non ho sempre le energie per argomentare, ma se non le ho in un determinato momento, cercherò modo e luogo per mantenere un legame interessante, sia esso con chi mi è affine, o con chi non lo è, perché credo nell’arricchire la conversazione con la curiosità e l’interesse. Una delle difese più forti che un movimento come questo può portare avanti è esattamente questa eterogeneità interna. Mi figuro le domande esterne come mani che tentano di afferrare il movimento per tastarlo, comprenderne consistenza e fattezze. La tendenza umana è di dare etichette, per semplificare, per ingabbiare, per frenare e limitare. Il movimento di cui mi sembra si faccia parte qui NON HA un’etichetta, ha uno scopo (e anche questo scopo è transitorio), quindi quando queste mani cercano di afferrare il movimento per poi dire: “so io cosa sei! Sei comunista!”, la risposta migliore che si può dare per iperstizionare è “anche”. Finché la definizione non è totalmente contraria ai principi e agli obiettivi del movimento (e in quel caso si nega semplicemente, senza problemi), la libertà di poter dire che si è eterogenee, è una libertà che, credo, nessun partito abbia (non parlo di movimento perché in questo caso ci sono movimenti che ce l’hanno, questa libertà). Per questo motivo vorrei portare una delle immagini che mi viene continuamente in mente quando si insiste sul partito: secondo me, nel partito dovrebbero starci principalmente persone che NON vorrebbero un partito! Immaginatevi quanta potenza sprigionerebbe un’intervista in cui fanno domande a una persona che ha dietro un team di teoriche e analiste che l’aiutano, conosce perfettamente la materia di cui si sta parlando, ma non ha la minima voglia di stare al gioco dell’attuale e svilente teatrino politico. Sarebbe esattamente l’emanazione di un movimento memetico e libidinale come quello gratuitista. E non è solo una boutade ridanciana all’acqua di rose, e so benissimo di stare parlando da persona privilegiata che ha un sacco di fortune e può permettersi un sacco di cose, ma oltre a esserci un’infinità di esempi in cui le persone che hanno ottenuto di più, sono state quelle che non l’han fatto per tornaconto personale, ma perché erano interessate a un qualcosa di più alto; nella mia testa è quasi solamente così che si può infiltrare e far schiantare il capitalismo: il sistema attuale prevede che le persone lottino fra loro per ottenere un minimo potere per sfruttare altre persone e ottenere più denaro e più potere?! Bene, mettiamo a dirigere un’azienda una persona che NON vuole guadagnare denaro o avere potere; mettiamo a dirigere una banca una persona che NON vuole arricchirsi e speculare; mettiamo nelle posizioni cardine (che bella la parola ganglio, è tanto brutta, quanto appagante) delle persone che NON hanno interesse personale per quella determinata area di competenza (e non sto parlando di persone non competenti, tutt’altro, è fondamentale che chiunque ricopra un ruolo o gestisca uno strumento, sappia e sia esperta di quel che sta facendo… semplicemente non deve avere mire personali nel mettere in pratica questa propria esperienza). E questa cosa, secondo me, è più facilmente raggiungibile in un movimento che contiene moltitudini, contiene contraddizioni, contiene anime differenti e si alimenta proprio grazie a queste energie generative. Continuiamo, vi prego, ad avere voglia d’imparare, ad avere curiosità e, soprattutto, di avere l’accortezza e la cura di pensare che abbiamo bisogno del nostro contrario, per capire quel che siamo. Perché una volta compreso chi siamo, saremo già abbastanza cambiate da dover ricominciare da capo il processo di scoperta di chi saremo.

  • secondo me non siete troppo lontane, come tensioni, perché siete parte del medesimo flusso e, probabilmente, un approccio ha bisogno dell’altro per fluire ancora meglio. Anch’io, personalmente, tendo a essere una persona pratica, perché vorrei poter fare qualcosa di concreto per mettere in atto il cambiamento… MA… sono un pigro immane e mi perdo un sacco a pensare e sognare e scrivere, quindi, pur non essendo una persona in grado di portare avanti nulla, mi piace provare, mi piace imparare, mi piace che mi piacciano le cose.

    Secondo me, nel flusso della diffusione più aperta e semplice dell’idea gratuitista (e di tante altre, che potrebbero sembrare poco legate al semplice gratuitismo, ma potrebbero anche esserne più grandi), il modo migliore per mettere in atto le idee è… farlo… hai un’idea?! Hai la possibilità di metterla in atto?! Fallo. Provaci, almeno. È un esempio stupido e figlio di un privilegio, ma spero possa comprendersi che è SOLO un esempio (io detesto gli esempi, son sempre limitanti e piegabili a proprio piacimento): se prima gestivo il mio denaro in modo da potermi permettere concerti e altri piaceri personali più assiduamente, col covid ho drasticamente ridotto ogni cosa superflua, ma questo mi ha permesso di abituarmi a star bene senza. Con i lavori che sono riuscito a trovare negli ultimi anni, il periodo d’apprendimento “forzato” mi ha permesso di non ripristinare l’abitudine precedente, ma di abbracciare un approccio che considero più sano, quello “a fondo perduto”, che ho sempre teorizzato e sponsorizzato, ma, stronzo che sono, non ho mai messo in pratica seriamente. Tutti i soldi che posso mettere nel progetto di una cooperativa di mutua solidarietà che tende al gratuitismo, li sto mettendo. Sono lì, pronti, fermi, non li considero come miei, li ho messi lì. Che l’idea si realizzi o meno, il mio “sforzo” è a fondo perduto; che una volta realizzata prosperi o si spenga, l’avrò realizzata a fondo perduto, ci avrò provato; una volta che non ci sarò più, prospererà sui medesimi principi o meno, io avrò fatto quanto potevo, a fondo perduto… e la cosa bellissima di questo pensiero è che l’accezione medesima delle parole “a fondo perduto”, che pare un qualcosa di tendente al negativo, al basso, al disperato… ai miei occhi, più la pratico, più pare la cosa più liberatoria e bella che si possa perseguire. (in realtà è una pratica che ho sempre messo in atto in amore… ma son lento, quindi ci ho messo una vita a capire quanto fosse potente in ogni ambito…)

  • Le Guin for the win! Io ho sempre adottato la parola protocollo in questo senso e l’open-source me ne ha dato conferma, non come struttura stingente, ma come agevolatore liquido, come linea guida in evoluzione. Pur avendo pochi contatti con il mondo che chiarisci, tra le attiviste queer avevo spesso notato questa affinità (anche se, ogni tanto, non presentata così chiara o, addirittura, condivisa… ma questo fa parte del processo e dell’accettazione (di sé e delle altre persone)). Una delle cose importantissime di questo approccio, secondo me, è lo scardinamento del sé come punto fisso: siamo il traguardo che abbiamo raggiunto, sì, ma la cosa più bella e soddisfacente è non essere mai al traguardo. E non in un’ottica scombussolante di totale incertezza, ma di compassata accoglienza di quel che naturalmente e costantemente scorre. Nel senso: non ha senso io mi faccia grande di quel che sono ora, primo perché domani sarò altro, magari meglio; secondo perché non c’è proprio nulla di cui avere orgoglio, se il mio essere arrivato dove sono, non lo condivido per aiutare altre persone a star bene quanto me (o anche di più); terzo perché non è detto che la strada che ho preso sia giusta, quindi magari sono orgoglioso di un errore, sarà più difficile vedere, modificare e superare l’errore, se è rinsaldato dall’orgoglio. Infine lo scioglimento del sé è importantissima perché il sé collettivo diventa molto più importante, fondativo, radicale ed energetico, rispetto a un sé che, di sua natura, tende all’autoconservazione. La fiducia nel sé collettivo è anche un abbandono alla speranza di trovare o aver trovato persone affini, che prima di fare qualcosa per sé, a discapito delle altre persone, pensano e operano a favore della collettività, in speranza e fiducia reciproca (e questo non significa sempre e solo totale altruismo, perché non c’è praticamente mai nulla di binario, in natura). Vabbeh, sto delirando, spero si sia capito che sposo in toto questa visione (con l’aggiunta del mio solito “in 3 è meglio”, che magari è una pratica scomoda, ma è un protocollo che, secondo me, aiuta infinitamente anche nell’abituare mente e gesti, a un contemplare il plurale come base - se ogni o la maggior parte delle linee guida o delle posizioni che si vanno a coprire, vengono iperstizionate, attuate, valutate, portate avanti e delineate da almeno 3 persone, si diminuiscono attriti prima, durante e dopo ogni processo, calano i colli di bottiglia, si instaurano legami, ci si influenza e si mantengono punti di vista differenti, si evolve… boh, sarà che lo penso da tanto tempo, ma non ci vedo mai un lato negativo…)

  • avevo creato un post con un titolo molto simile a questo tuo: https://lemmy.sinistraverso.org/post/307 è una sorta di giunzione di: interstiziale e internazionale (con un rimando sonoro a iperstizionale) e vorrebbe indicare un meccanismo generativo di connessione tra punti, limiti o posizioni, che permette di non arroccarsi, ma scoprire come crescere insieme

  • more like “interstizionale” gratuitista! eheh… sorry, deformazione professionale

    Sento pienamente il medesimo slancio e il formarsi di un’infrastruttura sociale, oltre che tecnologica, libera e proattiva, che possa dar spazio a realtà differenti, che possano posarsi sulla medesima rete interconnessa di sinapsi, scevre dalla tendenza a settorialismi, individualismi e gerarchie, mi fa credere sia possibile un “respiro basilare comune”, che non solo non freni, non attenui e non avversi le differenze o i possibili conflitti, ma li renda esattamente il fulcro di evoluzioni impensabili nell’individualismo.

    L’esempio principe che mi viene da pensare ora è esattamente il nome del movimento che descrivi: il gratuitismo stesso è UN obiettivo, ed è un’utopia possibile che permetterebbe vita migliore a questo ecosistema, MA resta comunque figlia di un contrasto all’attuale stato delle cose (capitalista, colonialista, gerarchico e così via). La bellezza di un movimento come questo, credo stia esattamente nell’interesse all’infrastruttura e al mettere a frutto contrasti, attriti e interstizi, perché è l’approccio fluido ed evolutivo necessario e felice (nell’accezione originaria, ovvero “generativo”, “che dà frutto”) per andare oltre, una volta raggiunto l’obiettivo (multiplo, sfaccettato e organico) del gratuitismo.

    Quindi sì, l’energia buona che personalmente sento qui è importante e salvifica. Spero possa venire alimentata, condivisa e redistribuita nel modo più fluido possibile, così che accolga più persone, faccia sentire loro che il ruvido e tremante fremere e annaspare per accumulare per sé è un incubo indotto, che può essere sciolto e chetato dalla semplice e libera condivisione di un respiro

4 months

Diamo il benvenuto a tutte le nuove persone che si stanno affacciando a questo universo libidinale! Se state cercando qualcosa e non lo trovate, scusate, stiamo sistemando un po’ le cose, ma abbiamo voglia e lo stesso vostro entusiasmo per quest’idea balzana, quanto basilare che è il gratuitismo. Quindi date un’occhiata in giro, partecipate come volete e potete, ma soprattutto fate domande! Ogni nuova energia aiuta tutte e tutti a migliorare. Grazie di essere qui! Speriamo vi piaccia

  • più che comprensibilissimo, probabilmente può rispondere un po’ al tuo dubbio, il fatto che s’instaurerebbe solamente nell’alveo e nell’ambito delle ore lavorative, non sulla totalità della giornata o del tempo vitale, e sul valore finito del tempo, la meccanica di rivalutazione continua dovrebbe funzionare esattamente per evitare rigidità o coercizioni

4 months

Ciao, scusate il disturbo, ma volevo solamente buttar giù un’idea che da sempre titillo, ma che prima di entrare qui è sempre rimasta tra le utopie da tenersi lì per carezzarla a piacimento. Non è nulla d’innovativo o rivoluzionario, non è nulla di nuovo e son certo di non essere il solo ad averla postulata o che, anzi, credo proprio che qui possa essere un’idea di base molto comune e già discussa (scusate se non ho fatto abbastanza ricerca per controllare che non sia già stata relegata a baggianata cosmica). Ho provato a non dilungarmi in dettagli tediosi, ma se dovessero essere necessari chiarimenti, sarò felicissimo di tentare di trovare insieme qualche risposta.

Nell’ottica di creare un’eutimia fluida tra le persone, sia nel “traguardo” del gratuitismo, che nelle fasi attuali, cercando sempre nuove proposte interstizionali, potrebbe essere interessante organizzare gocce dove dare la possibilità alle persone di fare osmosi: da immaginare come dei momenti di “mercato” aperto, in cui ogni persona porta beni o servizi e, insieme, ne decidono il valore in ore di ciò che possono offrire. Il valore dell’ora può mutare in base alla competenza e all’efficacia di ciò che viene, in effetti, offerto (es. offro una bicicletta a una psicologa; questa psicologa offre 100 ore di seduta; ne facciamo 80 e sono a posto, io che le ho dato la bici, decido di infondere maggiore valore alle ore già ricevute, così da abbassare il monte ore necessario per farmi ripagare della bici). Ovviamente questa infusione di valore dev’essere concordata e può facilmente essere aumentata, ma difficilmente diminuita. Inoltre, la decisione è a maggiore discrezione di chi riceve il bene, non di chi lo offre (che, comunque, può sempre recedere e offrire le ore al resto della comunità). Infatti il fulcro sperimentale di questo flusso, è un supporto tecnologico che permetta dal capillare al globale, di creare accordi con ogni voce e ogni offerta, per crearne una sinapsi e, quindi, un’amalgama, ovvero che lo scambio di offerte non si limiti a una coppia, ma che ogni bene e servizio possa essere fruibile a qualsiasi altra persona accetti l’offerta, per necessità (offro una bici a una psicologa, lei offre 100 ore, io ne uso 50, 50 restano nell’amalgama perché possano essere usate da chiunque). Il sistema dovrebbe puntare ad avere indici indicativi, imparando dalla tendenza delle offerte, a dare valore a beni e servizi, così da consigliare, ma permettendo sempre modifiche, in modo da imparare anche da queste. Al crescere della discrepanza tra offerte, aumenterà la necessità di conferme esterne. Le conferme esterne di un’offerta possono essere sincrone o dilazionate nel tempo. Per scongiurare al massimo le truffe di chi s’accorderebbe per scambi impari (offerte tanto discoste dalla media proposta dal sistema e dalla tendenza, che è la direzione d’apprendimento del sistema), all’ampiezza della variazione, varia anche urgenza e quantità di conferme. In un’ottica utopistica, queste conferme non servirebbero, quindi per tendere all’utopia, bisogna immaginare che presto o tardi diminuiranno i tentativi di truffa, che presto o tardi le conferme diventeranno inutili, ma essendo l’umano fallibile e, comunque, soggetto all’entropia oggettiva (da distinguersi dall’entropia forzata, ovvero un maligno sfruttare la tendenza all’economia, a proprio vantaggio), potrebbe essere da valutare l’idea della creazione di un “lavoro” di persona fluidificatrice, ovvero una persona che valuta le offerte, pone domande alle parti e conferma o rallenta il flusso. In base a un sistema di interazioni ponderate, a ogni transazione serviranno almeno 3 conferme da 3 persone differenti, scelte randomicamente dal sistema (e di queste 3 entità sarà auspicabile che una sia “professionale” e 2 libere, se dovesse davvero diventare un “lavoro” quello di chi fluidifica, in modo da scongiurare, anche qui, truffe e scambi impari). Tenderebbe alla perfezione un sistema in cui anche le azioni fluidificanti venissero o potessero essere analizzate da altre 3 persone, così si parcellizzerebbe ancora di più la possibilità di accordi o “cospirazioni”. La dilazione nel tempo delle conferme entra nella scia dell’infusione di maggiore valore, fluidificandola o rallentandola. Insomma, dal micro al macro, una banca ore che fluidifichi beni e servizi tra soggetto e collettività, con tendenza alla bontà e all’eutimia.

  • amore infinito!

    Proporrei di usare una pagina wiki perché questo testo possa essere affinato fino alla pubblicazione (ovviamente senza stravolgimenti, ma con piccole accortezze da affidare a chi crede di poter migliorare certi aspetti comunicativi… per me c’è un “:” che frena, tra “mammiferanza” e “godersi la vita”, in cui proporrei un “, ovvero al”… ad esempio). Ma il gaso che dona il solo leggerlo, è pari solo al dispiacere di non aver potuto partecipare di persona a questo splendore generativo. Grazie davvero!

  • Rilancissimo l’idea di usare costumi. Sarebbe bello se “sincronizzabili”, nel senso che più gente c’è in costume, più possono uscire combinazioni e interazioni (penso a costumi da capibara con dei drappi azzurri attorno al mento a simulare l’acqua… con agganci universali (anche semplici moschettoni) perché si possano collegare ad altre “acque” di altri costumi, per fare la pozza del sollazzo comunitario)

  • Ricordo questo video, perché intercettò esattamente un mio pensiero, che però non ha mai trovato una fine, perché il problema è esattamente il livello di difficoltà delle domande che si dovrebbero porre, perché ci si dovrebbe fidare che chi crei il tutto non lo faccia a difficoltà variabile, per escludere dal voto anche persone informate, ma di differente opinione/fazione politica o altro. Nonostante il voto pesato sia un’ipotesi che mi balena in testa a quasi ogni votazione, penso di essere arrivato a due soglie che potrebbero inglobare questo concetto e portare ai benefici auspicati da Wesa, senza modificare il problema dell’“una testa un voto”, che è, secondo me, alla base dell’uguaglianza delle persone (e se ci si discosta da qui, non è e non può essere mai sano un qualsiasi criterio che se ne discosti, perché creerebbe di fatto un privilegio). Per prima cosa servirebbe un radicale cambiamento dell’approccio al voto: bisognerebbe istituire una sorta di “voto permanente”, nel senso che oltre alle persone che si spendono a gestire la cosa pubblica, sarebbe auspicabile che per qualsiasi decisione, venisse interpellato il popolo. All’aumentare delle opportunità di esprimere un proprio parere, si avrebbe uno sfoltimento naturale delle persone non interessate, si potrebbe avere un tentativo di chiarezza maggiore da parte delle istituzioni (ovviamente caldeggiato dal sistema stesso, per fare in modo che non ci siano intoppi o beghe), andrebbe ad aumentare l’ingaggio delle basi, che si troverebbero a cercare attivamente di far interessare le persone a delle cause, così che ogni argomento, da ciò che interessa una minima parte di popolazione, a ciò che interessa l’intero popolo, possa essere votato da chiunque. Ovviamente non dovrebbe esistere il quorum, ma le stime di votazione potrebbero aiutare a comprendere se ci dovessero essere brogli (se un argomento viene stimato riguardare una piccola percentuale di persone, oppure si sa che le persone esperte in quell’ambito sono un certo numero, dovrebbe essere possibile comprendere e valutare ri-elezioni se una percentuale anomala (tanto inferiore o tanto superiore a quella prevista) sarà andata a votare); ma soprattutto, sarebbe da prevedere, appunto, una ri-considerazione delle leggi promulgate, a intervalli stimabili in base alla longevità e al decadimento del soggetto della legge (sempre modificabile per emergenze e necessità). Le persone s’abituerebbero ad andare a votare più o meno ogni giorno, se interessate alle cose; potrebbero andarci solo quando hanno tempo o si sentono coinvolte; potrebbero avvicinarsi o allontanarsi dalla politica, aumentando o diminuendo la propria fiducia in base a come varierebbe la loro vita… nel caso non si trovassero a proprio agio con delle cose, sarebbero spinte a tornare alle urne riguardo a quell’aspetto delle proprie vite. Ma la cosa più importante che starebbe alla base di questo sistema, sarebbe la necessità di togliere qualsiasi privilegio e qualsiasi immunità a chi dovrebbe gestire la cosa pubblica, oltre che istituire l’obbligo (scusate se mi ripeto sempre) di avere almeno 3 persone a gestire qualsiasi posizione lavorativa, sia normale, che gestionale. Questo non leverebbe la possibilità di combutte e altri sotterfugi, ma diminuirebbe significativamente le probabilità che un’oligarchia s’instauri e si metta a lavorare contro la massa, visto che non ne trarrebbe alcun profitto. Ovviamente gratuitismo e superamento del denaro sarebbero auspicabili, ma potrebbero essere componenti variabili di questo ecosistema. Infine servirebbe un meccanismo di controllo che impiegherebbe macchine e forza umana per vagliare la regolarità delle elezioni, il reale impatto delle votazioni sulla vita delle persone, la reale coerenza e corrispondenza tra promessa di chi ha proposto la legge e il risultato finale, una volta passata la legge. Questo controllo potrebbe andare a inserire un sistema di valutazione come quello proposto da Wesa, MA sulle persone che propongono le leggi: se una o più proposte di legge che una o più persone hanno inoltrato o in cui sono coinvolte risultano non chiare, tanto lontane dal risultato finale, malevole, o in qualsiasi modo deleterie per poche o tante persone, si dovranno trovare metodi di dissuasione o di sospensione della possibilità di proporre nuove leggi da parte di queste persone, con delle percentuali di “autorevolezza” e “onestà” che permettano un calcolo di un limite al di sotto del quale, scattino questi impedimenti. Insomma, è un cacchio di casino, ma nella mia testa è un meccanismo fluido, che potrebbe portare a una convivenza civile più conscia e distesa

4 months

Scusandomi per il link da instagram, credo che questo punto sia fondamentale per focalizzare l’impegno verso aiuti concreti alle comunità, negli interstizi, perché è sempre più difficile convincere le persone o far cambiare idea, se non si dimostra concretamente di tenere alle persone e di non fare le cose per tornaconto personale, ma anche per la persona con cui si sta parlando, che si ha di fronte, che si vuole prosperi

  • Penso che questo discorso si leghi molto alla collettività e alla soggettività in senso di convivenza necessaria, quindi la forma psicologica di quel che verrà è un po’ impossibile da prevedere se non con slanci ottimisti o pessimisti per ogni ambito di quel che ora esiste. Ovviamente non è possibile prevedere, e non ha nemmeno troppo motivo di essere predetta, ogni singola cosa o una “via generale” che seguirà ai cambiamenti, ma la cosa che secondo me si può fare, è adattare le cose al tempo, con un ascolto e un’attenzione il più attive possibili. Ricordandosi che nessuno può avere sempre la forza necessaria per restare sempre al massimo delle proprie possibilità, la fluidità dei cambiamenti, nella mia visione delle cose, necessiterà una fluidità di soggetto agente. Quindi nelle azioni e nelle situazioni che si andranno a creare, chi agirà o avrà già agito perché le cose si instaurino in un certo modo, è giusto che non si reputi singola forza o singola entità gerente (per questo con @deacali ho parlato sin da subito di quanto io preferisca che ci siano almeno tre persone a decidere, in quante più situazioni possibili), perché questa pratica aiuta a sciogliere un individualismo iper-radicato, ormai, e ad abbassare il livello di “dipendenza” che la leadership infonde, quando le cose “vanno come dico io”. Scusandomi per il preambolo molto largo, credo che questo meccanismo, se immesso in un sistema interstizionale (scusate, ormai ragiono solo in questi termini… eheh) ovvero micro e macro, interconnesso e liminale, potrebbe sciogliere questo meccanismo di “ci sarà sempre qualcuno che vorrà guadagnarci o prevaricare o fregare le altre persone”, perché, come s’è detto in tutte le altre risposte: non ci sarà più motivo di tentare di farlo. Ma non perché lo stato invaderà ogni livello e sarà autoritario (come detto, anch’io sono per un superamento dello stato), ma proprio perché le libertà che si andranno a permettere, saranno soltanto di apertura, quindi se uno dice “la mia cosa è migliore di quella che lo stato propone”, sarà un piacere per chiunque, che questa cosa trovi terreno fertile… non attecchirà più l’esclusività, ma non perché ci saremo evolute e saremo superumane, ma perché sarà un sano principio di convenienza economica, il sentirsi affini a qualcosa e volerlo per più persone possibili. Il tutto, come dicevo all’inizio, nel rispetto di una convivenza collettiva e individuale allo stesso tempo: le relazioni sociali riescono a mantenersi più a lungo, quando vengono mantenute e rispettate le necessità e le richieste della maggior parte delle persone coinvolte. Non esiste solo la coppia, non esiste solo la famiglia, non esiste solo la polecola, non esiste solo nulla, esistono tutte e tutte le forme sono legittime, anche e soprattutto la singola entità che deve potersi sentire libera di seguire un po’ di quel che le va bene della società com’è, e un po’ di quel che lei reputa meglio per sé. Spesso l’individualismo è deleterio PERCHÉ è inserito in un sistema, ma se il sistema si libera dai meccanismi di chiusura e oppressione, anche certi individualismi possono essere generativi e di esempio. Scusate, spero di essermi spiegato

  • [riporto da conversazione avuta su Delta]

    sì, capisco benissimo preoccupazioni e premure, ma secondo me si è ancora in una fase d’assestamento che troverà dei suoi equilibri man mano che entreranno forze differenti ed energie dirompenti. Secondo me Delta aiuta a sentirsi dentro qualcosa di vivo; Lemmy è più “strutturato” di quanto solitamente potrebbe essere, ma per me non è un male, visto che sembra avere un’aura di “se voglio scriverci, devo avere qualcosa da dire”, che non toglie nulla a Delta, ma da cui Delta, secondo me, non toglie nulla… nel senso che questa dimensione aiuta lo scorrere delle cose, Lemmy è più statico, ponderato, se qualcosa è più strutturato di un chiacchiericcio, alla gente verrà di scriverlo su Lemmy. Ma anche i riassunti, secondo me saranno proprio le persone a farli, quando sarà importante e necessario: “nel gruppo X su Delta si parlava di questo, per me sarebbe da sviluppare così”. È una sorta di palco, una dinamica da palcoscenico: qui è il bar, la casa, la conversazione; Lemmy è più un luogo in cui ti prendi 3 minuti di tempo per esporre il tuo punto, e la gente ti presta più attenzione e cura. Non credo serva prendere troppe precauzioni o intraprendere troppe azioni, funzionerà più o meno naturalmente da solo. Ecco, tipo, questo sta quasi diventando un post da Lemmy, in quanto a lunghezza e rompimento di cazzo… ahahahah

4 months

Ciao, scusate se utilizzo questo mezzo per provare a sviluppare un tentativo d’intuizione e comprendere insieme a voi se possa essere valida o meno (avevo scritto questa cosa l’altro ieri, ho letto quel che ha detto [@xenodibi_@sinistraverso.org](http://sinistraverso.org/u/xenodibi_ ieri, ma spero possa non cozzare col pensiero, anzi, d’integrarlo) L’idea nasce dalla dicotomia che sembra porre la creazione di un partito: nazionale/internazionale. Oltre alla necessità, nell’attuale sistema, di un partito che sia un mezzo per mettere in atto riforme e azioni, la mia idea di movimento e la via più logica ed efficace che immagino per la realizzazione del gratuitismo, è la diffusione “a macchie interconnesse” delle idee, in modo che basi sparse in tutto il mondo, differenti ma con un obiettivo comune, formatesi dentro e adattatesi alla situazione e alla regione in cui sono, possano avere accesso a risorse, idee, strumenti e tutto ciò che serve per realizzare azioni, creare una coscienza e adattare le idee che le persone privilegiate che hanno avuto il tempo e il modo di creare, hanno messo in archivio. Quello che già vedo succedere qui, il condividere link e il discutere di idee/persone affini e “che potrebbero essere dei nostri”, potrebbe e dovrebbe evolversi in una “liberazione” (credo serva riappropriarsi di certi termini, evitando qualsiasi legame militarista o “politicizzato”) di queste gocce, col pensiero che “potremmo essere libere insieme”. La parola che, quindi, m’è venuta in mente come sintesi di 3 concetti è “interstizionale”:

  • perché entra negli interstizi (interstiziale)
  • perché valica i confini (internazionale)
  • perché contiene ipersitzioni (iperstizionale)

Pur conscio che già sia difficile raggiungere una dimensione nazionale, che disperdere le energie su più fronti possa sembrare controproducente o limitante, secondo me, essendo nelle fasi d’evoluzione attiva del movimento, un fronte importante di lavoro e immaginazione è la creazione di queste “cassette degli attrezzi” per chi dovesse approcciarsi al movimento gratuitista, ovunque nel mondo (anzi, noi siamo comunque e sempre derivati da qualcosa d’internazionale e ne abbiamo interiorizzato certi aspetti che, metabolizzati e rielaborati, possono essere “a fisarmonica” propulsivi verso la dimensione extranazionale). Soprattutto, ciò che credo importante per il sostegno e la possibilità di realizzazione e prosperità di un movimento, oltre che di un partito, è che la base sia già abituata a riconoscere la basilare condivisione di certi principi primi della comunanza d’intenti. Non si è gratuitiste per se stesse, lo si è relazionalmente e non lo si può essere finché non si assicura al maggior numero di persone la possibilità di esserlo. Quindi le macroidee che possono muovere partito e movimento, per quanto mi pertiene, dovrebbero sintetizzarsi negli interstizi, in microrealtà che trovino metodi per realizzare il gratuitismo e li condividano con chiunque voglia tentare di seguirle. L’archiviazione condivisa e organizzata delle pratiche, delle idee, delle feste, delle modalità e delle parole, è un percorso fondamentale e infinito per il consolidamento di un movimento che vuole tentare di evolversi in una realtà (“sistema” mi ha ancora un po’ di stigma, nella testa). Per questo, come si stanno contattando realtà a Bologna ora, sarebbe bello poter mappare un po’ di realtà già affini, per proporre di entrare in rete, di condividere le proprie buone pratice (penso a https://nonnaroma.it/ e centri sociali che danno supporto alle comunità). Capisco che il wiki ha un’impostazione mirata, ma per questo tipo di archivio potrebbe essere molto comodo e importante. Pur conscio che “mettere in piedi” una realtà da zero sia difficilissimo e che servano più persone per farla, se potessimo diventare facilitatrici, in questo, potrebbe essere un ottimo modo per allargare la base e far conoscere realtà belle e differenti ad altre realtà belle e differenti. Se esiste già e sto dicendo cavolate, insultatemi pure.

  • pienamente a bordo!

    (unica indicazione, conoscendo le persone, nella fase di raccolta firme digitale bisognerà essere più che chiare e oneste, ma, soprattutto, puntare a 150mila o poco meno, perché è sicuro che, per un qualsiasi motivo, se ne perderanno un po’, quindi è meglio non rischiare di arrivare a non averne abbastanza)