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Cake day: October 21st, 2025
  • ma perché non fare una chiamata centrale fra rappresentanti delle collettive cittadine e rappresentanti dei gruppi ad hoc (tipo il gruppo propaganda)? Possiamo mantenere l’orizzontalità attraverso la rotazione fra le persone che vogliono rappresentare. Bonus; responsabilità chiare, chiamate snelle, chat vuote, decisioni veloci e rappresentanza

Buongiorno e buona domenica: mi sento di dover mettere per iscritto una riflessione molto spinosa; mi pare se ne fosse già parlato in passato, ma ormai sono già 5 o 6 le persone che mi hanno detto che pensavano che le stessi prendendo in giro parlando del Partito Capibara. E in più mi è giunta voce che le mie storie per repostare la pagina del partito spesso non vengono prese sul serio ma come meme. A voialtri non succede? Nessunə vi ha mai detto “guarda belle ste cose son d’accordo ma cambiate sto nome”. Forse la soluzione è veramente quella di cambiare nome, meglio ora che quando saremo più grandi. Se non avete riscontrato gli stessi attriti con lə vostrə conoscenti, provate a chiedere a loro che ne pensano: penso che vi troverò tuttə d’accordo dicendo che dobbiamo accontentare non le proposte che piacciono a noi ma quelle che piacciono alle persone che libereremo con il nostro programma. E “gratuitismo” è una parola attraente, libidinale, nuova e nostra. Non significa eliminare il capibara, su cui abbiamo costruito una quasi mitologia altrettanto efficiente, ma significa affidare il primo impatto che abbiamo sulle persone (fuori dalla bolla beninteso) ad una parola ben più suggestiva. Partito Gratuitista? Potremmo anche scimmiottare il PCI e chiamarci PGI. La rivoluzione del linguaggio l’abbiamo fatta e sta funzionando, ma forse l’ultimo tassello che manca è anche il più importante. Viva il gratuitismo ed il futuro!

  • che bella riflessione! Io la integrerei con una piccola proposta di organizzazione: dividere il gruppo da smembrare nelle sue diverse funzionalità e località (gruppo propaganda, acceleramilano, ecc), e a rotazione all’interno di questi gruppi conferire ad un membro il ruolo di rappresentare il proprio gruppo all’interno di una chiamata centrale da svolgersi come dicevi tu ogni 3 o 4 settimane, dove a questi verrà affidata la responsabilità di riportare senza bias dovuti alla propria opinione i conflitti e le decisioni prese dal proprio gruppo, per poi mediarle con la chiamata centrale. È un modo per mantenere il contatto fra tutti senza avere chiamate enormi e disfunzionali e allo stesso tempo incanalare i conflitti attraverso un processo super partes e che ponga come unico obiettivo il successo del gratuitismo. Che ne dite?

io e dibi abbiamo parlato stamattina per chiarire un paio di cosine:

  1. sulla pagina instagram del partito non ci saranno immagini fatte con l’ia

  2. come accogliere e dove indirizzare i membri che vogliono aiutare, dal momento che molti chiedono questo sul profilo di dibi (anche se mo che apriamo la pagina instagram puntiamo a canalizzare lì queste richieste, quindi chi scriverà ancora a dibi sarà reindirizzata alla pagina del partito)?

Abbiamo diviso le funzionarie del partito in 4 macrogruppi, il gruppo Repa, tecnico, propaganda e collettive. In base alla funzione che vorrebbe svolgere il nuovo membro lo indirizziamo a parlare con un membro diverso del partito.

Nello specifico: se vuole unirsi a una repa, dibi gli indica quali sono quelle attive e lo indirizza al responsabile delle stesse, se vuole unirsi ai tecnici parlerà con Fabio, Carmine o Matteo (con il vostro consenso), se vuole occuparsi di propaganda parlerà o con telebulbo, continuerà con la pagina o aiuterà dibi col sito web, e invece la funzione di creazione collettive è anche essa in mano solo a dibi per il momento. Chiunque voglia accolarsi qualche ruolo fa un favorone!!

Abbiamo anche guardato un po’ più in là, e abbiamo pensato che quando si raduneranno tante persone nuove che vorranno aiutare verranno tutte accorpate in una chiamata bisettimanale o mensile in cui parleremo personalmente con loro e capiremo un po’. Per guardare ancora più in là abbiamo pensato che in futuro sul sito questo processo potrebbe anche essere automatizzato, e in ogni caso la pagina instagram in quanto piattaforma d’atterraggio cercherà anche di raccattare qualche paio di braccia in più.

Che dite, vi sembrano buone idee? In allegato lo schema sulle varie funzioni di ognuno (spero si capisca) ****

Ogni ideologia politica si veste di una propria iconografia: un insieme di simboli, parole, abitudini e immagini che costituiscono la facciata visibile del sistema a cui essa aspira. Tale costruzione simbolica serve ad associare le lotte e le azioni promosse dall’ideologia a una firma riconoscibile, facile da ricordare e facilmente condivisibile. Questo fenomeno risponde a una doppia esigenza: da un lato, consente di presentare come coordinate e coerenti le azioni compiute in nome di una causa, dando l’impressione, anche agli occhi degli avversari, di una comunità compatta e organizzata. Dall’altro, permette a chi partecipa alla lotta di esperire un senso di appartenenza, di riconoscere chi si allea con lui e di fare del simbolo stesso una parte della propria identità attraverso tatuaggi, adesivi, poster o altri oggetti decorativi. L’iconografia diventa un ponte tra la realtà materiale e e quella vista attraverso gli occhi dell’ideologia: in questo senso, le parole agiscono come binari su cui corre il pensiero. In una cultura intrisa di concetti come “ambizione”, “natura umana” o “competizione”, è naturale che ogni nuova idea venga filtrata attraverso queste categorie. Così, nel parlare di socialismo con un interlocutore occidentale, ci si scontra spesso con la visione preconfezionata che la società gli ha instillato fin dall’infanzia. Anche se durante il discorso potrà sembrare d’accordo su molti punti, si rifiuterà di concedere fiducia a una prospettiva socialista, sicché, in ultima istanza, ritiene che l’uomo funzioni in maniera diversa e l’obiettivo sia per tanto irraggiungibile. Ma l’adozione di un’iconografia comporta un rischio rilevante, ossia quello che ad essa vengano accostati eventi storici, reali o inventati, che la possono screditare; basta che l’avversario politico trovi un filo conduttore fra l’idea dietro l’iconografia e l’evento da portare in esempio. Non servo io per spiegarvi che la nostra causa Una cosa, però, è certa: chi crede nella Rivoluzione da sempre rimprovera al riformismo l’illusione di poter rattoppare un galeone condannato ad affondare, quando l’unica soluzione sensata è abbandonarlo e costruirne uno nuovo. Tocca per tanto dimostrare coerenza: anche la falce e il martello, la “A” cerchiata o il pugno chiuso sono ormai simboli logori, imbarcazioni in disfacimento intrise di menzogne, luoghi comuni e propaganda ostile. E se i colpi che ci vengono inferti, come il solito “avete ucciso 100 milioni di persone!”, trovano risposta solo in un risibile e ritrito “non era vero comunismo”, non riusciremo mai a vincere le coscienze. La proposta della Rivoluzione del linguaggio è di scaricare definitivamente i nostri amati simboli per crearne di nuovi, di salire a bordo di un galeone fresco, pulito e veloce. Se la proposta ancora non convince pienamente, si osservino le conseguenze del potere dell’iconografia in un progetto politico nel caso del fascismo, dalle origini nei Fasci di Combattimento fino al neofascismo della Prima Repubblica e ai suoi echi contemporanei. Nonostante la costante vocazione antisistemica, il fascismo non ha mai posseduto una scala valoriale coerente: è stato plasmato di volta in volta, adattandosi al nemico da combattere, accostandosi a ideologie conservatrici, nazionaliste ed identitarie, purché servisse a contenere il socialismo e a preservare la classe dominante. Alla luce di ciò, è lecito interrogarsi sull’origine dei movimenti neofascisti della Prima Repubblica e sul motivo per cui persista, ancora oggi in certi ambienti, una certa fascinazione nei confronti del Ventennio. Sarebbe impossibile rispondersi all’interrogativo senza considerare il peso dell’iconografia fascista: si tratta di un apparato simbolico e retorico che promette forza, identità, appartenenza: convince l’uomo di essere nobile e potente per il solo fatto di essere italiano, e la donna di avere un valore naturale e indiscutibile in quanto tale. L’obiettivo della Rivoluzione linguistica è dunque quello di creare una nuova iconografia capace di coinvolgere ancora una volta il popolo. Un nuovo simbolo e un nuovo nome, potenti e carismatici, saranno la chiave per aprire la porta delle future pratiche rivoluzionarie. In loro assenza, ci si condanna a un eterno 2% nei sondaggi, sperando che le coscienze popolari si risveglino improvvisamente. Non si può pensare di cambiare la mentalità collettiva utilizzando simboli ormai vecchi come ragnatele appese nelle aule parlamentari. Oggi, la falce e il martello non evocano più solidarietà o lotta, ma solo gulag, numeri mostruosi di vittime e un partito moderato e burocratizzato come il PD. Solo attraverso una Rivoluzione linguistica si potranno immaginare nuove forme di lotta, che non si limitino a reclamare diritti all’interno del sistema, ma mirino a interrompere il corso storico del materialismo dialettico, per incamminarsi verso una società orizzontale, post-capitalista.

  • stando a voci giunte dai parenti fino a una trentina d’anni fa si cantava qualche coro un po’ più articolato… oggi è cambiato anche il tipo di musica che fa presa sulla gioventù e (mi riferisco anche alla musica politica) non è una melodia da accorare. Però noi come accel potremmo avere qualche caposaldo da cantare in coro anche solo in 4 o 5 alle manifestazioni (ma per i motivi delle altre risposte, personalmente boccio l’inno di mameli), senza dubbio accenderebbe un sentimento vivo nelle persone circostanti. E se fosse un coro conosciuto qualcuno potrebbe gasarsi sentendolo in giro e documentarsi su chi siamo