Ogni ideologia politica si veste di una propria iconografia: un insieme di simboli, parole, abitudini e immagini che costituiscono la facciata visibile del sistema a cui essa aspira. Tale costruzione simbolica serve ad associare le lotte e le azioni promosse dall’ideologia a una firma riconoscibile, facile da ricordare e facilmente condivisibile.
Questo fenomeno risponde a una doppia esigenza: da un lato, consente di presentare come coordinate e coerenti le azioni compiute in nome di una causa, dando l’impressione, anche agli occhi degli avversari, di una comunità compatta e organizzata. Dall’altro, permette a chi partecipa alla lotta di esperire un senso di appartenenza, di riconoscere chi si allea con lui e di fare del simbolo stesso una parte della propria identità attraverso tatuaggi, adesivi, poster o altri oggetti decorativi.
L’iconografia diventa un ponte tra la realtà materiale e e quella vista attraverso gli occhi dell’ideologia: in questo senso, le parole agiscono come binari su cui corre il pensiero. In una cultura intrisa di concetti come “ambizione”, “natura umana” o “competizione”, è naturale che ogni nuova idea venga filtrata attraverso queste categorie.
Così, nel parlare di socialismo con un interlocutore occidentale, ci si scontra spesso con la visione preconfezionata che la società gli ha instillato fin dall’infanzia. Anche se durante il discorso potrà sembrare d’accordo su molti punti, si rifiuterà di concedere fiducia a una prospettiva socialista, sicché, in ultima istanza, ritiene che l’uomo funzioni in maniera diversa e l’obiettivo sia per tanto irraggiungibile.
Ma l’adozione di un’iconografia comporta un rischio rilevante, ossia quello che ad essa vengano accostati eventi storici, reali o inventati, che la possono screditare; basta che l’avversario politico trovi un filo conduttore fra l’idea dietro l’iconografia e l’evento da portare in esempio. Non servo io per spiegarvi che la nostra causa
Una cosa, però, è certa: chi crede nella Rivoluzione da sempre rimprovera al riformismo l’illusione di poter rattoppare un galeone condannato ad affondare, quando l’unica soluzione sensata è abbandonarlo e costruirne uno nuovo. Tocca per tanto dimostrare coerenza: anche la falce e il martello, la “A” cerchiata o il pugno chiuso sono ormai simboli logori, imbarcazioni in disfacimento intrise di menzogne, luoghi comuni e propaganda ostile.
E se i colpi che ci vengono inferti, come il solito “avete ucciso 100 milioni di persone!”, trovano risposta solo in un risibile e ritrito “non era vero comunismo”, non riusciremo mai a vincere le coscienze. La proposta della Rivoluzione del linguaggio è di scaricare definitivamente i nostri amati simboli per crearne di nuovi, di salire a bordo di un galeone fresco, pulito e veloce.
Se la proposta ancora non convince pienamente, si osservino le conseguenze del potere dell’iconografia in un progetto politico nel caso del fascismo, dalle origini nei Fasci di Combattimento fino al neofascismo della Prima Repubblica e ai suoi echi contemporanei.
Nonostante la costante vocazione antisistemica, il fascismo non ha mai posseduto una scala valoriale coerente: è stato plasmato di volta in volta, adattandosi al nemico da combattere, accostandosi a ideologie conservatrici, nazionaliste ed identitarie, purché servisse a contenere il socialismo e a preservare la classe dominante. Alla luce di ciò, è lecito interrogarsi sull’origine dei movimenti neofascisti della Prima Repubblica e sul motivo per cui persista, ancora oggi in certi ambienti, una certa fascinazione nei
confronti del Ventennio. Sarebbe impossibile rispondersi all’interrogativo senza considerare il peso dell’iconografia fascista: si tratta di un apparato simbolico e retorico che promette forza, identità, appartenenza: convince l’uomo di essere nobile e potente per il solo fatto di essere italiano, e la donna di avere un valore naturale e indiscutibile in quanto tale.
L’obiettivo della Rivoluzione linguistica è dunque quello di creare una nuova iconografia capace di coinvolgere ancora una volta il popolo. Un nuovo simbolo e un nuovo nome, potenti e carismatici, saranno la chiave per aprire la porta delle future pratiche rivoluzionarie. In loro assenza, ci si condanna a un eterno 2% nei sondaggi, sperando che le coscienze popolari si risveglino improvvisamente. Non si può pensare di cambiare la mentalità collettiva utilizzando simboli ormai vecchi come ragnatele appese nelle aule parlamentari. Oggi, la falce e il martello non evocano più solidarietà o lotta, ma solo gulag, numeri mostruosi di vittime
e un partito moderato e burocratizzato come il PD. Solo attraverso una Rivoluzione linguistica si potranno immaginare nuove forme di lotta, che non si limitino a reclamare diritti all’interno del sistema, ma mirino a interrompere il corso storico del materialismo dialettico, per incamminarsi verso una società orizzontale, post-capitalista.
ma perché non fare una chiamata centrale fra rappresentanti delle collettive cittadine e rappresentanti dei gruppi ad hoc (tipo il gruppo propaganda)? Possiamo mantenere l’orizzontalità attraverso la rotazione fra le persone che vogliono rappresentare. Bonus; responsabilità chiare, chiamate snelle, chat vuote, decisioni veloci e rappresentanza