Nel mondo contemporaneo, a livello sociale la qualità dell’espressione artistica si misura prevalentemente con una combinazione dei seguenti fattori:
-La quantificabilità economica, da cui la capacità di generare profitto prendendo posto nel mercato delle industrie culturali
-La quantificabilità mediale, ovvero la capacità di generare interesse mediatico, da cui la viralità la risonanza mediatica
-L’autorità e lo status dell’autrice/autore, che confluisce nei precedenti.
Sono nulli o molto scarsi i sistemi istituzionali di valorizzazione del contributo al patrimonio artistico e culturale, in Italia e più in generale nel “mondo occidentale”. Con la conseguenza immediata per cui chiunque cerchi di dedicarsi alla produzione artistica a tempo pieno nella propria vita rimanga fortemente vincolato ai dettami del mercato e le logiche dei media per riuscire a ricavare di che vivere da tali sforzi.
Gli effetti negativi sulla qualità, la quantità e la disponibilità di fruizione della bellezza e del significato sono enormi ed incalcolabili, oltre a quelli sul benessere e sulla felicità delle artiste e degli artisti, sottomesse a sistemi e logiche avulsi dall’espressione libera della creatività.
In proposito, riflettevo su una notizia abbastanza recente proveniente dalla Repubblica d’Irlanda riguardo ad un sostegno economico chiamato Basic Income for the Arts (BIA), una sorta di reddito di base applicato ad un campo svantaggiato in partenza dalle condizioni imposte dal capitalismo neoliberista, diventato ufficialmente misura permanente nel Paese. Misure come questa, assolutamente in grado di rientrare nel progetto di reddito di base universale, sono un passo verso la restituzione della dignità all’operato di tutte le artiste e artisti, parificando il lavoro di tutte a quello delle poche in grado di ottenere successo di mercato.






Sottovaluti l’inefficienza dell’attuale sistema, che è scandalosa. La quantità di merce prodotta che rimane invenduta, dal cibo al tessile all’elettronica, fa spavento. Quelle sono tutte risorse buttate nel cesso. Accelerare, o full automation, non significa necessariamente usare più risorse rispetto ad oggi. Solo usarle bene. Io ho molta fiducia. Non dimentichiamo che non è necessario abbandonare completamente il fossile, almeno nel breve periodo, per ridurre l’emissione di gas serra. Basta ridurlo molto, ma eliminarlo completamente non è strettamente necessario. I modelli che correlano emissioni di CO2 e aumento delle temperature lo confermano. Al volo ti dico perché invece la fusione nucleare non piace più di tanto al capitale: giustificare la scarsità dell’energia (che la rende un bene economico e dunque per cui pagare) una volta messa a punto una tecnologia decente per sfruttare la fusione è molto, molto difficile. Oltretutto, penso che una scala di qualche decina di anni sia qualcosa di accettabile, mentre attuiamo riforme per cambiare il resto della produzione energetica, con la fissione e le rinnovabili. Riguardo alle altre critiche alla fusione, la verità è che una fonte di energia “perfetta” non esiste. Quella che più si avvicina alla perfezione è la fusione. Mi sembra una strada che vale la pena perseguire. E’ ovvio che serva un piano che includa la produzione industriale e la supply chain, purtroppo le mie conoscenze qui si fermano ed è un tema di cui sarebbe molto importante occuparsi. Ma mi sento di dire che le mie conoscenze mi sono sufficienti per permettermi di affermare che l’accelerazione e la full automation sono possibili in modo sostenibile su scala globale, una volta assicurata la fusione.